martedì 3 giugno 2014

L’ISTITUTO – 11

Bruto le girò intorno tenendo sempre in mano la frusta. Lentamente gliela infilò nella vagina, dalla parte del grosso manico di cuoio. Katia pensò che sarebbe impazzita. Bruto le toccava il clitoride strofinando l’organo sensibilissimo, mentre le infilava dentro il sesso il manico duro. Katia sentiva i suoi muscoli stringersi attorno allo strumento, bagnarlo e risucchiarlo, come se fosse stato il membro di Bruto. Improvvisamente le contrazioni si fecero così violente che la ragazza emise un grido. Bruto stava dietro di lei, sempre inerme marionetta appesa per le braccia, e le leccava il collo.
“Sì, sei davvero bollente. Questo ti riscalderà ancora di più”. E Bruto le spinse il manico della frusta ancora più a fondo nella vagina, rigirandolo tutt’attorno con le sue sporgenze nodose che la sfregavano all’interno nella mucosa tenera, e all’esterno sul suo clitoride.  Katia urlò ancora tra i singhiozzi. Poi sentì che l’uomo le posava le mani sui fianchi, aggrappandovisi saldamente come se stesse per cavalcarla. Il suo cazzo. Sì, adesso poteva sentire quell’arnese rigido e caldo che premeva contro le sue natiche. Poi cominciò a sentirlo strisciare avanti e indietro sulla sua apertura anale. Il dolore provocato dalle frustate precedenti si era solo da poco assopito. Ora la ragazza si concentrò su quella sensazione di calore, la sua carne si serrò ancora di più sul manico della frusta. Era come se sentisse due sessi maschili, uno davanti e l’altro dietro, che la pretendevano e la volevano possedere. Quasi non sentiva più il peso del proprio corpo che le tendeva le braccia e i muscoli delle spalle.
Bruto si fermò. Adesso voleva fare sul serio. Piegò le ginocchia cercando una posizione migliore. Allargandole le natiche fino a dilatare al massimo l’ano, vi si spinse dentro in un sol colpo, ma solo la punta riuscì a entrare. Katia urlò quasi impazzita. La fitta fu terribile e si sentì spaccare in due da quel tizzone rovente che la penetrava nell’apertura già dolorante. Gridò, mentre il suo corpo rispondeva ai movimenti dell’uomo. Era peggio, molto peggio del tubo che le avevano infilato l’altra volta. Era anche peggio della frusta, peggio della corrente elettrica! Katia continuava a gridare sentendosi sfondare lo stretto anello, naturalmente vergine. Il manico della frusta era ancora dentro la sua fessura mentre il cazzo di Bruto si spingeva sempre più a fondo nel suo intestino. Violentata da tutte e due le parti! Violentata da un uomo e da uno strumento di cuoio. Violentata da un uomo quasi attraente, che l’avrebbe forse trovata consenziente, ma non era ciò che lui desiderava. Lui desiderava le sue urla, il suo strazio. Era troppo per lei. Katia contrasse i muscoli del bacino e fece tutti i movimenti che la situazione le permetteva, per liberarsi da quel membro che la invadeva. Ma Bruto era forte e lei impotente, e lui spinse ancora di più il suo cazzo dentro di lei. Katia si sentiva invasa da un affare enorme che immaginò a sensazione come una mazza da baseball. E i suoi muscoli alla fine cedettero, sconfitti sotto la violenza di quell’impatto.
“No, no, basta! Basta!”, ansimava urlando. I capelli le ricadevano sulle guance arrossate del tutto intrisi di sudore. Voleva sentire quel membro maschile nella vagina, non nell’ano! E invece la stava possedendo in quel modo così doloroso e umiliante, quasi a dispregio della sua femminilità. Sentiva il ventre di lui che le premeva contro le natiche ogni volta che l’uomo si spingeva ancora più a fondo dentro di lei. Oddio, com’era stretta. Katia gridò muovendo i fianchi per attutire il dolore. 
“Così, piccola cagna. Brava! Muoviti, danza per me!”.
Aveva ottenuto l’effetto contrario, farlo scivolare meglio. Forse se gli avesse mostrato di essere eccitata, Bruto avrebbe preferito infilarle il sesso dentro la fica. Molti uomini lo preferiscono. E sarebbe stato più piacevole e meno doloroso per lei. Ma si sa che gli uomini preferiscono ciò che ottengono con fatica. E ora il grosso cazzo di Bruto si stava scavando la sua tana spaccandola in due, come una pala che le scavasse le budella. Il dolore si irradiava in tutto il corpo.
Bruto allungò le mani ad afferrarle i capezzoli. Si muoveva più velocemente adesso che aveva preso pieno possesso, spingendo a fondo il membro e poi ritirandosi quasi del tutto, fino alla punta. E ogni volta che rientrava erano dolori. Katia sperava che si stancasse presto e la prendesse dall’altra parte. Ma l’uomo continuava a muoversi, avanti e indietro, sfregando come carta vetrata sul tessuto infiammato, pizzicandole le punte dei seni e mordendola sul collo.
Bruto portò una mano alla frusta, che aveva lasciata dentro abbandonata stretta tra i muscoli della fica, e la mosse avanti e indietro in sincronia col proprio cazzo. La combinazione dei due movimenti le fece scorrere i brividi su tutto il corpo. Katia sentì un calore insopportabile crescerle dentro, e si contrasse, scalciando nel vuoto. Era pazzesco, era meraviglioso! Mai avrebbe pensato, viste le premesse, di raggiungere un tale stato d’estasi, di delirio. Continuava a sentire un dolore lancinante all’ano e allo stesso tempo quella strana sensazione provocata dall’andirivieni della frusta nella sua fica. Sentiva le pareti vaginali contrarsi, distendersi e avvilupparsi attorno allo strumento, mentre Bruto gridava sull’orlo dell’orgasmo.
“Prendi, piccola cagna. Prendi la mia sborra!”. La morse su una spalla strizzandole con violenza il seno. Katia lanciò un grido che era insieme di dolore e di gioia, quando sentì il proprio sesso esplodere nell’orgasmo. Il suo corpo si muoveva convulsamente avanti e indietro mentre emetteva un torrente di gemiti e mugolii. La sua mente esplodeva mentre il suo corpo si scioglieva e si incollava a quello di Bruto in un orgasmo prolungato, che continuò anche dopo che l’uomo ebbe finito di scaricare tutto il suo sperma dentro di lei. Quando lui infine tentò di staccarsi lasciandosi scivolare fuori, i muscoli di lei ancora contratti cercarono di trattenerlo. Katia grugnì quasi delusa. Oh, ma che razza di cagna era diventata ormai!.
Katia, poi, si ritrovò a pendere inerte e sola dalle catene appese al soffitto. Una bolla d’aria le uscì con uno sbuffo dalla vagina liberata dal manico della frusta che le scivolò fuori e cadde a terra. Poi sentì lo sperma colarle da dietro scivolando in un rivolo sulle cosce, e poi giù lungo le gambe. Era finita. Quell’uomo l’aveva violentata in tutti i modi, l’aveva posseduta completamente fino a farla impazzire di piacere e punendola nello stesso tempo per il godimento suo malgrado provato. Ora Katia fissò il suo aguzzino sperando che l’avrebbe finalmente lasciata andare.
“Ehi, ma come mi stringevi le palle. Da non crederci”, disse Bruto, massaggiandosi i testicoli e guardando Katia con un sogghigno. La ragazza si sentiva come se fosse stata trascinata nel fango, in cui ci si era poi rotolata. Adesso che la foga era passata, Katia si rendeva conto di essersi comportata da cagna. Aveva dimenticato tutti gli insegnamenti ricevuti, ogni principio morale, e per cosa? Per essere incatenata al soffitto, umiliata a quel modo, trattata come un animale, e violentata? Sentiva il bruciore delle cinghie che le dilaniavano la carne.
“Adesso ti faremo vedere cosa sa fare la tua amica, è sempre utile osservare gli altri”, disse Bruto.
Katia si sentì troppo debole per protestare. Bruto si rivestì, infilò gli stivali e sciolse i legacci che la trattenevano. Katia non fece alcuno sforzo per restare in piedi, ma si trovò a scivolare  fra le braccia di Bruto, sperando solo che lui la riportasse in cella. Si sentiva stranamente sicura con lui, era quasi piacevole sentire il suo petto contro la guancia. Katia sapeva che seppure in un modo contorto, Bruto le voleva bene, e questo la rendeva felice e la metteva in confusione. Due forze contrarie combattevano nella sua mente: una parte di lei voleva ancora sesso, ancora frustate perché scatenavano in lei emozioni spropositate, un’altra parte si ritraeva con orrore e le faceva desiderare di uccidere chiunque avesse cercato di trascinarla a quel punto.
 Katia venne condotta attraverso i corridoi degli scantinati. Sopra di lei poteva sentire il mondo reale, il suono della campana che richiamava le ragazze in aula. Le ragazze che stavano di sopra si preparavano come ogni giorno a seguire le normali attività scolastiche, mentre lei stava soffrendo le pene di quell’inferno che stava laggiù. Era pazzesco: sopra una vita del tutto normale, e lì sotto, a pochi metri, regnava la follia!
“Dentro!”, le disse bruscamente Bruto. “Vai dentro!”. Katia era distratta, rassegnata. Un’altra stanza, altri strumenti. Notò una piccola panca di legno. Due cinghie di cuoio erano fissate alle gambe della panca e una terza più larga l’attraversava al centro. Ai due lati della panca c’erano due catene legate a degli anelli sospesi a poca distanza dal pavimento. Bruto la fece sdraiare sulla panca in modo che la testa e le spalle pendessero oltre il bordo. La durezza del legno le fece dolere i fianchi e la schiena. Stava per lamentarsi, ma Bruto la zittì afferrandola per i capelli, e le sollevò una gamba per fissarla a una delle catene. Quindi fece lo stesso con l’altra gamba imprigionandola come a croce con le cosce spalancate.
Katia gridò sentendosi completamente indifesa: la sua fica ancora umida si trovava così completamente esposta e il bacino le doleva a contatto del legno. Cercò di scivolare in avanti, ma Bruto la riportò in posizione e forzandole le braccia gliele legò saldamente ai piedi della panca. Poi fissò la larga cinghia centrale attorno allo stomaco di Katia, stringendola tanto da toglierle il fiato.
La testa di Katia pendeva abbondantemente oltre la panca e i suoi lunghi capelli arrivavano a toccare il pavimento sudicio. Le spalle erano saldamente appoggiate contro la panca, e le gambe, incatenate alla parete con le cosce spalancate, mettevano in mostra il suo sesso che aveva appena goduto.
“Ehi, ma che spettacolo! Potrei scoparti in questo preciso istante, in quella posizione. Ti è mancato, prima, vero? So che lo desideravi, ma sei arrivata in fondo lo stesso”.
Malgrado l’intensità dell’orgasmo che lei aveva provato, c’era ancora un senso di insoddisfazione. Bruto l’aveva presa nell’ano. Lei invece voleva sentire la potenza del suo cazzo nella fica, strusciando coi peli il clitoride. Osservò l’uomo che si era fermato e la guardava a sua volta, quasi in attesa di una conferma. Che arrivò. “Oh, sì, vi prego, prendetemi!”, si sorprese ad implorare Katia. Quando Bruto scrollò le spalle e cominciò a slacciarsi la cintura dei pantaloni, Katia non ebbe più dubbi. Aveva intravisto qualcosa che spingeva nuovamente sotto la stoffa, sapeva di cosa si trattava, e lo desiderava. L’uomo liberò il membro un po’ riposato, e ne provò la consistenza sputandosi sulle dita e facendogliele scivolare sopra. Poi si pose sopra la testa inclinata della ragazza e le forzò la bocca fino in gola, facendole trattenere il respiro al limite del dovuto, finché non si ritrovò di nuovo duro e pronto. Allora girò attorno e si piazzò davanti alla ragazza e afferrandole i glutei a piene mani, le sollevò il bacino e si pose fra le sue cosce spalancate. Katia grugnì delusa, non potendo toccare il membro dell’uomo come avrebbe voluto. Tutto il suo corpo si tese per l’eccitazione. Bruto la penetrò velocemente rigirando il cazzo in tutte le direzioni e approfittando di entrambe le aperture già collaudate, mentre le strapazzava i seni. A Katia piaceva tutto questo: le cinghie che le imprigionavano i fianchi e il cigolio delle catene; il dolore che provava ogni volta che lui si infilava nell’ano e il piacere di quando invece le riempiva la fica, il dolore dei colpi dell’uomo che la spingevano contro la panca. Oh… quel cazzo dentro di lei… quanto amava il suo uccello che la scopava!


L’ISTITUTO – 9

Per quanto tempo era rimasta svenuta? Oh, quelle donne diaboliche! Doveva essere stata un’idea di Leona. L’acqua gelida nel suo intestino e lo strumento che la penetrava fino a ridurla all’incoscienza. Quale crudeltà! Katia si sentiva come se fosse stata percossa a bastonate su tutto il corpo. Adesso la stavano trasportando da qualche altra parte.
Si trovavano in un freddo corridoio. Una delle donne allentò la presa sul suo corpo e aprì una porta.  Katia rimase inerte e passiva, non voleva che si accorgessero che era tornata in sé. Poi sentì che la posavano a terra. Qualcuno la teneva ancora per le braccia, per poi farle scivolare una mano sulla fica e massaggiarla, quasi a volersi accertare che non fosse danneggiata. Katia sobbalzò riprendendosi del tutto, ma sempre fingendosi svenuta.
“Portala dentro. Elvira è andata a prendere l’altra ragazza, Rosy mi sembra che si chiami. Questa ha perso i sensi, ma si riprenderà presto, vedrai Bruto”, disse Leona all’uomo che attendeva.
“Assassini!”, avrebbe voluto gridare Katia. Invece rimase immobile mentre qualcuno le stava finalmente slegando le mani e liberandola dal bastone fra le spalle. Katia continuò la sua commedia.
“Appendila lì sopra!”, disse Leona a Bruto, allontanandosi poi con disinteresse.
Katia si sentì sollevare dal pavimento irregolare in terra battuta. Qualcuno la tirava per le braccia. C’erano delle altre cinghie, ma stavolta per fortuna erano imbottite all’interno con un materiale più soffice. Bruto fece attenzione a non fissare i legacci nei punti già feriti. C’erano due catene appese al soffitto. Katia pendeva per le braccia unite sopra la testa. Quando socchiuse gli occhi e si guardò intorno, vide che si trovava in un’altra cantina, più piccola della prima. Non c’erano molti oggetti, una sedia, qualche scatola e un armadio chiuso. Cercò di pensare a qualcos’altro, sentiva nello stomaco i morsi della fame. Se solo avesse potuto avere qualcosa da mangiare, o un sorso d’acqua! Si rese conto che erano passate parecchie ore dall’ultima volta che aveva messo in bocca qualcosa di commestibile.
Katia sentì un respiro pesante accanto a lei. Chiuse frettolosamente gli occhi nella speranza che se avesse continuato a fingersi svenuta, forse Bruto l’avrebbe lasciata in pace. Certo aveva molte altre vittime tra cui scegliere nel suo harem privato. L’uomo la pizzicò su un fianco stringendo fra le dita la pelle finché non divenne viola. Lei non riuscì a trattenere un grido.
“Ero sicuro che fingessi. Nessuno può restare svenuto così a lungo, a meno che non sia stato narcotizzato”, le rise in faccia Bruto, mentre lei sentiva le sue dita di fuoco strizzarle la carne.
“Eccoci di nuovo qui, come la prima volta, ricordi? Qualche volta la mente ci gioca brutti scherzi. Pensiamo che una persona sia peggiore di quello che realmente è. Poi la rivediamo e ci meravigliamo di averla giudicata così male. Vero, che anche tu mi vedi con occhi diversi, ora che siamo stati intimi? Scommetto che ti stai già innamorando di me! Lo so che mi aspettavi. Sei una vera macchina per scopare”, la canzonò Bruto.
“Oh, no, no! Voi me lo fate fare. Vi prego, lasciatemi tornare nella mia cella”, piagnucolò Katia.
Era strano, ma la ragazza si era già abituata a stare in quella scomoda posizione. E si era già abituata a tutti i loro abusi. Il suo corpo era segnato dai colpi che le avevano inflitto Bruto e le due guardie. Era stata violentata con l’acqua, picchiata, frustata, torturata con la corrente e stuprata più volte. Non c’era da meravigliarsi che quel trovarsi appesa per i polsi fosse ancora il minore degli abusi che aveva dovuto subire.
“Non ti lascerò andare… non ancora. Mi sono divertito un po’ con l’altra ragazza, ma non sono soddisfatto. Non è come te”, disse Bruto passandosi il dorso della mano sulle labbra sensuali. “Tu sei speciale. Più te ne do e più ne vuoi”.
“No, no. Smettetela di dire così. Non è vero!”, reclamò Katia con tutta l’anima.
Bruto rise. Katia rabbrividì, non solo per le parole dell’uomo, ma anche per le incredibili reazioni che sentiva nel proprio corpo. Guardava quell’uomo, quel mostro, e lo trovava affascinante nel fisico e nel potere che aveva su di lei. Si sentì suo malgrado di desiderarlo, di desiderarne le attenzioni. Lui le diede una violenta pacca sul sedere e lei sentì quelle dita bruciarle la carne come per un ferro incandescente. Bruto sembrava più determinato e più crudele del solito. Forse era solo il sangue che gli affluiva al volto facendolo brillare di desiderio sessuale.
“E stavolta ti darò proprio tutto, piccola cagna. Senza trattenermi.”. Così dicendo, l’uomo colpì con un pugno il ventre morbido della ragazza. Katia soffocò il grido per mancanza improvvisa di fiato, ritraendo le ginocchia verso il petto. I muscoli delle braccia le dolevano per la tensione.
Nessuno le aveva mai fatto niente di simile! Colpire una donna inerme con tale violenza! Katia tossì e girò il capo alla ricerca disperata di una boccata d’aria. Il colpo si ripercuoteva nei muscoli del ventre e dentro l’intestino. Stava ancora boccheggiando, le sembrava che il dolore le strappasse le viscere. Spalancò gli occhi fissando incredula il proprio aguzzino.
“Vedo che sei ben sveglia, adesso”, disse Bruto con un ghigno.
“Ohhhh, no…non fatemi più male, vi prego!”. Le sue parole si persero in singhiozzi. Era stato il colpo più violento e doloroso che avesse mai ricevuto da quando si trovava in quell’orribile posto. Si aggrappò con le mani alle catene cercando di raggomitolare il proprio corpo per proteggersi da altri colpi. Continuava a fissare Bruto con la bocca spalancata, ancora in carenza d’aria. Una smorfia di terrore le si dipinse sul viso.
Bruto continuava a sorridere passandosi le dita fra i corti capelli neri. Si tolse la camicia e ora le stava di fronte a petto nudo con i soli pantaloni indosso. Abbassando suo malgrado gli occhi, Katia vide la protuberanza del suo membro che si ingrossava e tendeva il tessuto. Stava per violentarla di nuovo con quell’arnese, ma prima voleva divertirsi a torturarla.
“Quella piccola troia della tua compagna non è brava come te. Piagnucola in continuazione”, disse Bruto. “Tu… tu sei fatta di un’altra stoffa, sei diversa. Sei spaventata a morte ma ti bagni ugualmente come una cagna in calore. Sei fatta per godere del dolore”.
“Bugie! Sono tutte bugie! Siete voi a ridurmi così. Qualunque ragazza reagirebbe allo stesso modo”, tentò di protestare Katia.  
“Ti sbagli, cagna. Qualunque ragazza sarebbe stretta e asciutta dal terrore. Tu ti bagni come se ci stessi godendo”, la incalzò Bruto.
“No, non sono io!”, urlò Katia, non potendo più ascoltare le parole dell’uomo. “Siete voi che mi riducete a questo punto. Siete tutti malati, tutti pazzi e volete far impazzire anche me!”.
Katia gridava scuotendo la testa e cercando di essere convincente. Le cinghie le segavano i polsi che sostenevano tutto il peso del suo corpo. Continuò a gridare insulti a Bruto che le stava di fronte guardandola con lo stesso sorriso. E si rese conto che era vero. La sua fica era un lago e desiderava quell’uomo.
Improvvisamente Bruto sollevò il braccio destro e la colpì col palmo della mano in pieno viso. La violenza dello schiaffo le fece voltare la testa di lato e battere i denti. La bocca cominciò a sanguinarle e per un attimo Katia pensò che le fosse saltato un dente. Si passò la lingua sulle labbra aride mentre le lacrime le riempivano gli occhi. Le scosse via con un gesto del capo cercando di ignorare il bruciore alla guancia.
“Voi…voi bastardi! Pensate di poter andare avanti all’infinito. Ma non sarà così. Qualcuno parlerà! Qualcuno racconterà tutto e vi denuncerà. Allora sarò io a ridere quando vi vedrò in galera!”, sbottò Katia rabbiosa.
Bruto borbottò qualcosa mentre con calma si dirigeva verso il piccolo armadio e apriva la porta metallica. Ne tirò fuori una frusta di cuoio nero. Katia capì subito cosa avesse intenzione di fare, ma era ormai rassegnata a tutto. Aveva finalmente trovato il coraggio di ribellarsi almeno a parole e avrebbe continuato a sputare il suo odio senza curarsi delle conseguenze.
“Siete pazzi! Siete malati! Tutti voi! Godete a torturare la gente in questo modo. Siete dei criminali!”.
Il viso di Bruto si fece più teso mentre alzava la frusta e la lasciava ricadere con forza sul bel seno di Katia. Lo sfogo della ragazza si interruppe di colpo per l’intensità del dolore. Penzolò impotente dalle catene, scalciando con le gambe nel vuoto.


L’ISTITUTO – 8

Le dita dei piedi le dolevano a causa dei crampi. Era estremamente difficile stare sulle punte sostenendo il peso del proprio corpo in modo che lo strumento non le penetrasse ancor più profondamente nella vagina, fino a sfondarla. Appena si lasciava andare, Katia avvertiva la punta metallica entrare più a fondo dentro di lei.
Si rese conto che la sua fica si bagnava e si distendeva per far posto all’orribile arnese! Il suo viso era arrossato per lo sforzo e la vergogna. Ma la paura di ferirsi le fece sollevare nuovamente i piedi. Quelle donne stavano armeggiando dietro di lei, rigirando il piccolo ma lungo tubo e infilandoglielo più profondamente nell’ano.
“Ecco, così non dovrebbe più uscire!”, constatò Elvira.
“Oh, vi prego, non fatemi questo. Mi fa male!”. Altre lacrime sgorgarono dagli occhi di Katia mentre le tre donne la guardavano senza emozioni.
“Sei una ragazza fortunata”, le disse Leona, passandole le dita sul mento. “Fra poco proverai una sensazione meravigliosa, anche se vedo che non mi credi. Immagina! Avere dentro di te un membro così grosso e duro…. e non solo! È il sogno di ogni donna.
“No, non è vero! Non può essere”, gridò la ragazza, lottando contro le lacrime. Se solo avesse avuto le mani libere! Avrebbe potuto tentare di liberarsi da quella tortura. Ma i legacci la trattenevano saldamente.
Le guardiane stavano armeggiando con la piccola pompa alle sue spalle. Lentamente Katia cominciò a capire quel che aveva voluto dire Leona. La sensazione piacevole durava, ma quando cercò di rilassarsi e appoggiare a terra le piante dei piedi, sentì i muscoli della sua vagina che si contraevano dolorosamente attorno all’asta metallica. Il dolore e il piacere si mescolarono in un’unica forte sensazione e Katia tremò di vergogna temendo di raggiungere un orgasmo davanti a quelle tre donne.
“Bene! Credo che possiamo cominciare”, disse la direttrice.
Katia si irrigidì tutta alzandosi più che poté sulla punta dei piedi, temendo il peggio. Vedendo che Elvira stava azionando il generatore di corrente, allontanò velocemente dalla sua mente il pensiero dell’orgasmo.
Diversamente dall’altra volta, sentì l’elettricità scorrerle all’interno della fica, e la sensazione era molto più intensa. Non c’erano le piccole pinze attaccate al suo corpo, la corrente arrivava direttamente al centro del suo corpo attraverso lo strumento che la penetrava, collegato al generatore. Anche il lubrificante serviva a stimolare ancora di più le sue tenere mucose.
Katia si divincolò e tentò di resistere, ma si sentì costretta a saltellare su e giù coi piedi che le dolevano e le gambe che erano tutte un tremito. E stava venendo! La ragazza si rese conto che non sarebbe riuscita a controllarsi e a fermare gli spasmi che la corrente le procurava anche al clitoride.
La scarica elettrica le procurò sensazioni sempre più intense. Katia abbandonò la testa all’indietro e una serie di piccoli gemiti le sfuggirono dalle labbra. Le punte dei seni cominciarono ad irrigidirsi diventando di un rosso scuro mentre un flusso di radiazione le invasero il ventre.
Senza rendersene conto cominciò a scivolare su e giù lungo lo strumento metallico, masturbandosi. Il suo clitoride pulsava gonfio, e vibrava mentre la corrente le scorreva su tutti i nervi quasi fossero stati scoperti, stimolandole come non mai il suo punto G.
“Uhhhhhhhhhhhh!”, si lasciò sfuggire.
“Adesso con la pompa!”, ordinò Leona.
Si udì un altro suono, più intenso del ronzio del generatore. L’altra guardiana aveva aperto il rubinetto dell’acqua. Katia sentì il tubo vibrare dentro il suo intestino e un getto gelido le inondò le budella, facendola vacillare.
“Acqua gelata, perché tu capisca la differenza di temperatura!”, le spiegò Leona avvicinandosi a lei per osservare meglio le sue reazioni. “La fica tutta un bruciore e il gelo nel culo, il tutto diviso da una sottilissima membrana”.
Era terribile! Katia sentiva il proprio corpo come spaccato in due, e inoltre stava riempiendosi come un pallone. Cercò di piegarsi per rilassare i muscoli dell’intestino. Sarebbe sicuramente scoppiata se non fosse riuscita a liberarsi dell’acqua che la invadeva. Elvira, sempre accanto al generatore, lanciò un’occhiata interrogativa a Leona, e questa le fece un cenno d’assenso. La donna girò l’interruttore aumentando l’intensità. Fu come se una serie di petardi scoppiassero nella vagina di Katia! La ragazza traballò abbandonandosi senza più ritegno. I piedi le scivolarono e il suo corpo si impalò sostenuto solo dal grosso membro artificiale.
Ormai Katia non ci faceva più caso, al dolore e alla pressione. Per fortuna la nuova scossa aiutò l’acqua a fuoriuscire dall’ano scivolandole scura lungo le gambe. E questo la fece arrossire nuovamente. Era come se il suo intestino si stesse svuotando davanti a tutti, lasciandola ancor più umiliata.
Per distogliere la mente da quell’orrore, ricominciò ad andare su e giù convulsamente sul palo. Si masturbava da sola sollevandosi sulle punte e appoggiando  i talloni sulla piattaforma. Si muoveva con un ritmo sempre più veloce e frenetico, facendo sobbalzare violentemente i seni.
La stanza sembrò svanire davanti ai suoi occhi. Perfino la sensazione dell’acqua gelata che le scorreva nel condotto anale, si trasformò in una sensazione di piacere. Katia si agitava sempre di più facendo muovere la piattaforma con i movimenti selvaggi del proprio corpo. Le piaceva. Quello strumento metallico che la possedeva così profondamente e che la faceva godere, cominciava a piacerle. Tutto il suo corpo partecipava abbandonandosi a quella sensazione. Il formicolio provocato dalla scarica elettrica e il lubrificante aumentavano ancora di più la potenza dell’orgasmo. Sentiva che le forze la abbandonavano e il suo corpo, scosso da sussulti incontrollabili, si agitava come una farfalla impazzita trafitta da uno spillone.
“Sembra che non le dispiaccia farsi scopare in questo modo!”, osservò Elvira, aumentando la potenza del generatore.
“Sembra proprio di no. Avevamo ragione, ci abbiamo visto giusto. E’ speciale!”.
Leona era tutta eccitata in viso e si stava anch’essa masturbando. Tranquillamente seduta a gambe aperte, dopo aver sollevato la gonna e spostato di lato le mutande, mentre osservava i movimenti convulsi della ragazza. Katia aveva ormai perso il controllo del proprio corpo naufragando in quella folle sensazione di piacere. Si dibatteva come su una sedia elettrica, solo che stava morendo di voglia, di vergogna e di orgasmi.
“Un altro giro per finire!”, ordinò Leona, ormai anch’essa in dirittura di arrivo.
Elvira fece cenno di aver capito e portò al massimo l’interruttore. Katia lanciò un urlo. Sentiva le mucose delle pareti vaginali serrarsi infiammate attorno allo strumento con tale violenza che  credette di strapparlo dalla sua piattaforma. Il suo condotto anale risucchiò più a fondo il tubo di plastica e un altro getto di acqua le arrivò fin nelle viscere. L’orgasmo era al suo culmine. Singhiozzando e piangendo, gioendo e vergognandosi, Katia sentì l’universo rovesciarsi con fragore dentro la sua fica. Non poté trattenersi dal gridare mentre veniva…veniva…e veniva. E schizzava a ondate come una fontana, in un misto di umori e piscia.
“Basta così!”, disse finalmente Leona, ormai paga, indicando il generatore. A Katia parve che le togliessero la terra da sotto i piedi. Quella terribile sensazione di calore era cessata di colpo. Sentì un ultimo spasmo attraversarle la vagina e poi più nulla. Il suo corpo continuava ad andare su e giù lungo il palo, come quello di una bambola meccanica. Un altro getto d’acqua le uscì dall’intestino con un ultimo schizzo. Anche il getto d’acqua fredda si era fermato. Ora che la frenesia si era attenuata, con un ultimo grido la ragazza si lasciò cadere improvvisamente e rimase così, priva di sensi. Solo l’intervento immediato di Elvira le impedì di cadere e ferirsi gravemente.
La ragazza cadde in uno stato di semi incoscienza. Poteva udire i suoni e le voci intorno a sé ma non riusciva ad essere del tutto presente. Sentì che la toglievano dallo strumento di tortura e la adagiavano al suolo. La testa le girava. Lentamente, riprese i sensi. I soliti lampi di luce le scoppiarono nel cervello, come quando giaceva nella cella con Rosy.
Chissà Rosy, cosa ne era stato di lei? Leona aveva detto qualcosa a proposito di Bruto, che se ne sarebbe occupato lui. Katia immaginava fin troppo bene in che modo.
Si sentì avvolgere in una coperta. Il ruvido della stoffa le pungeva la pelle. Non riusciva ad immaginare in quale parte dell’edificio si trovasse, non sapeva nemmeno se fosse stato lo stesso edificio.



L’ISTITUTO – 7

Per quanto tempo era rimasta così, appesa per le braccia? Katia non ne aveva idea. Aveva fatto dei sogni così strani, cose che solo qualche tempo prima l’avrebbero fatta morire di vergogna solo a pensarci. Ma adesso avevano un aspetto molto più reale e concreto, e le facevano dolere i seni e il sesso. Pensava a Bruto, al suo corpo imponente e muscoloso, al suo membro che penetrava nello stretto canale vaginale squarciando e allargando senza un minimo di compassione o di rimorso. Katia poteva sentire ancora le mani dell’uomo che la tenevano stretta ai fianchi mentre la sverginava sulla piccola brandina, e come le stringevano i seni e le strizzavano i capezzoli. Poteva sentire il suo respiro e i suoi denti sul collo mentre andava avanti e indietro senza sosta dentro di lei. Sentiva ancora i colpi di cinghia che le colpivano le natiche, immaginando i segni che lasciavano sulla sua carne, per incitarla, mentre la scopava come una bestia.
“Ahhhhhhhhhhhhh!”.
Katia si risvegliò con un sussulto come se un lampo di luce le fosse scoppiato nel cervello. Ma quando aprì gli occhi si ritrovò completamente al buio. Si ricordò delle cinghie che la tenevano legata per i polsi e degli anelli che le bloccavano le caviglie, mentre quelle due donne terribili le attaccavano al corpo i fili elettrici. E poi…. poi la corrente, quella terribile sensazione che le attraversava i seni e la fica. Si ricordò come aveva cercato di urlare quando la scarica elettrica era diventata insopportabile e come la palla di gomma avesse soffocato il suo sfogo. Poi più nulla.
Katia si rese conto di non essere più appesa al soffitto. Anzi, non era più nella stessa stanza. Ma era così buio li dentro che poteva sentire lo spessore dell’oscurità sul viso. Qualcuno l’aveva legata in una strana posizione, coi piedi più alti della testa. La ragazza cercò di muovere le gambe. Poteva farle scivolare oltre lo strato di plastica che sentiva sotto di sé, o almeno le parve che quella superficie fosse plastica. Poi provò a muovere le braccia. Anche i lacci che le stringevano i polsi erano stati allentati, come se avessero semplicemente voluto tenerla ferma mentre era priva di sensi, per impedirle di farsi del male.
“Posso scappare”, pensò Katia, sentendo nascere dentro di sé un’ombra di speranza. Sollevò la testa e sentì una fitta intensa al cervello. Doveva essere una conseguenza dell’elettricità, pensò, facendo ancora pressione con le braccia e le gambe per liberarsi dai legami. Le cinghie cedettero facilmente.
“Uhhhhhhh!”. Improvvisamente udì un gemito.
Katia rabbrividì. C’era qualcun altro nella stanza. Udì ancora lo stesso suono di prima. Veniva da qualche punto sotto di lei. Un’altra vittima? Ci doveva essere un’altra ragazza, pensò, un altro dei ‘casi speciali’ affidati a Elvira e alla sua compagna.
“Hei! Chi c’è?”, provò a chiamare. Le rispose un mugolio. Katia rimase un attimo in silenzio ma il suono non si ripeté. Forse la ragazza era ferita? Katia riuscì a liberarsi delle cinghie e rimase seduta. Poi con cautela fece penzolare le gambe oltre il giaciglio. Quello che non si aspettava era che l’asse fosse sospesa sopra il pavimento. Credendo di appoggiare la pianta dei piedi su di un piano solido, si trovò invece a cadere nella completa oscurità.
Il suo cuore quasi si fermò quando si sentì precipitare al suolo. Le sembrava di essere caduta per decine di metri, certa di sfracellarsi al suolo. In realtà si trovava a circa un metro e mezzo dall’asse su cui era stata sospesa. Per fortuna cadde sulle mani riparandosi il viso con l’avambraccio e rimase per alcuni secondi a terra, in preda ad un terrore da animale in trappola.
“Ohhhhhhh!”.
Di nuovo quel mugolio. Era più vicino adesso. Forse la ragazza era proprio lì accanto a lei. Katia si sforzò per alzarsi in piedi, combattendo contro le vertigini. Si mosse nel buio aggrappandosi alle pareti scivolose.
“Chi sei? Va tutto bene?”, disse Katia rivolta al buio.
“Uhhh… Sono Rosy. E tu chi sei?”, rispose il buio.
“Katia. Continua a parlare. Ti troverò”.
“Oh, fa troppo male. Sono tutta rotta. Mi ha violentata… e poi…”. le parole della ragazza si persero fra i singhiozzi.
Katia sospirò procedendo a tentoni sul pavimento scivoloso di pietra. non voleva più farsi sorprendere da ostacoli nell’oscurità che l’avvolgeva. Era spaventata e disgustata. Le avevano gettate in quella cantina come sacchi di rifiuti. Si fermò proteggendosi il petto con le mani. Aveva sentito un rumore come di artigli di un piccolo animale. Topi! Quel posto era pieno di topi. Fu presa da un tremore incontrollabile al solo pensiero di quelle bestiacce. Ma quella gente era veramente capace di tutto!
“Ti prego, ho tanta paura. Aiutami. Sono qui!”, mormorò Rosy.
Katia avanzò a tentoni, cercando di distogliere il pensiero dai topi che sentiva muoversi attorno a loro. L’altra ragazza era scossa da un attacco di tosse e Katia pensò che stesse per vomitare. La mano di Katia sfiorò qualcosa e si ritrasse. Quando Rosy emise un grido, Katia capì che si trattava della ragazza bruna che aveva già notato sull’autobus al loro arrivo, anch’essa portata via dalle carceriere. La prese per mano.
“Pensavo che non mi avrebbero fatto nulla. Si diceva che eri stata scelta tu come caso speciale, o qualcosa del genere. Io cercavo solo di non farmi notare”, cominciò a raccontare Rosy sconvolta e con le lacrime agli occhi. “Ma una notte sono venuti a prendermi e da allora non mi hanno più lasciata in pace. Quell’uomo...”.
“Bruto?”, la incalzò Katia.
“Credo che si chiami così. Mi ha afferrata per i capelli e inchiodata a terra mentre le altre due mi tenevano le gambe aperte. Poi mi ha scopata…fino a che mi sono sentita spaccata in due”.
Katia rabbrividì, provando una strana sensazione di eccitamento. Bruto aveva violentato anche Rosy. Apprese che l’aveva posseduta più volte mentre Elvira, con l’altra guardiana e chissà chi altro ancora stavano lì a godersi la scena. Katia si sforzò di provare repulsione a quell’idea, ma scoprì di provare invece una sottile e perversa eccitazione. Rivide la violenza su di lei, e provò un brivido.
“E poi mi hanno picchiata finché non ho perso i sensi. Mi hanno rinchiuso qui dentro, poi ho visto portarci anche te. Mi hanno ordinato di non dirti nulla quando ti appesero a quell’asse. Volevano che tentassi di scappare e ti schiantassi al suolo, come è successo. Io volevo avvertirti, quando ti ho sentita rinvenire, ma dissero che sarebbero stati a guardare e guai per me se li avessi traditi”. Rosy terminò il suo racconto con un’altra serie di singhiozzi.
“Va bene, capisco”. Sì, Katia capiva facilmente. La direttrice usava il terrore per farsi ubbidire. Le ragazze non parlavano, troppo spaventate per fare qualsiasi obiezione. I guardiani invece erano tenuti buoni perché potevano approfittare delle ragazze e sfogare su di loro tutte le loro fantasie più perverse.
Improvvisamente la porta della cella si aprì. Katia si portò la mano al viso per ripararsi dalla luce che le feriva gli occhi dopo la totale oscurità. Rosy emise un gemito, stringendosi contro la compagna. “Sono venuti per me. sono venuti a prendermi!”, mormorò terrorizzata.
Elvira e l’altra donna erano sulla porta, armate di grossi bastoni. Quando si avvicinarono, Katia si lasciò sollevare per le braccia e trascinare sul pavimento della cantina. La porta si richiuse dietro di lei con un suono metallico che coprì il grido disperato di Rosy.
“Spero abbiate fatto una bella chiacchierata”, disse ironicamente Elvira, spingendola con il bastone.
“Metti le mani dietro la schiena adesso”.
Katia fece come le aveva ordinato. Elvira le premette il bastone in mezzo alla schiena mentre l’altra donna le legava i polsi. Un’altra corda le stringeva il petto immobilizzandole le mani sui fianchi e comprimendole i seni. Il bastone legato tra le scapole faceva pressione tenendola ritta e facendola gemere di dolore.
“Così non cercherai di scappare un’altra volta”, disse Elvira con un ghigno.
“Un’altra volta?, chiese stupita Katia.
Elvira scoppiò in una fragorosa risata spingendo in avanti la sua vittima.
“E’ quello che avevi in mente quando hai tentato di scendere dall’asse. Non dire che non è vero. Questa è solo una precauzione”.
Percorsero tutto il lungo corridoio, illuminato da una fila di lampadine gialle. Evidentemente si trovavano nello scantinato dell’edificio. In quel posto poteva accadere di tutto, anche un omicidio, e probabilmente qualcosa di orrendo sarebbe accaduto.
“Di qua!”. Elvira le diede un altro spintone e la fece svoltare a sinistra in un piccolo corridoio secondario. Katia incespicò e si scosse i capelli dal viso. Elvira aveva aperto la porta di una stanza.
“Dentro, troia!”.
“Ah, Katia. Sono felice di rivederti!”. Com’era diversa la direttrice Storti! E che orribile gioco stava facendo con lei!.
“Io…”, balbetto Katia.
La signora alzò un braccio facendole cenno di tacere. “Non devi aprir bocca, a meno che tu non voglia stare attaccata a quello strumento pieno di elettricità per tutta la notte, fino ad esserne arsa viva. E’ questo che vuoi?”
Katia scosse la testa con lo sguardo fisso a quella donna alta e attraente. La dottoressa aveva uno strano abbigliamento. Invece del severo tailleur che indossava in ufficio, ora aveva uno strano completo di pelle che le lasciava liberi i seni rigogliosi. E questo metteva in evidenza i capezzoli di un rosso intenso, che svettavano dritti e gonfi. Nei suoi  occhi scuri brillava una luce che fece ricordare a Katia lo sguardo sadico di Bruto.
Qualcuno tossì alle sue spalle e Katia osò dare un’occhiata alla stanza in cui si trovava. Al centro di una piattaforma si innalzava un lungo palo di legno che terminava con una punta metallica a forma di pene. Quello che colpì l’attenzione di Katia fu la familiare scatola grigia, lì accanto. In quel momento il generatore era spento, come poté vedere dall’indicatore. Si ritrasse spaventata, le braccia le dolevano per la tensione esercitata dal bastone rigido contro la schiena.
“Bene Katia, vedo che  ti ricordi la sensazione della corrente che ti attraversa il corpo. Fra parentesi, in questi contesti puoi chiamarmi Leona. Sai, dottoressa Storti suona così fuori posto in queste circostanza.
“No, no!”, urlò terrorizzata Katia incespicando e cadendo di faccia
Elvira la rimise in piedi e la spinse verso il mostruoso strumento al centro della stanza. Non riusciva a immaginare cosa le avrebbero fatto. Gli altri la osservavano divertiti con un sorriso canzonatorio. Leona accese il generatore di corrente.
“No, no. Vi scongiuro, non fatelo. Non ce la faccio più!”, implorò Katia pur sapendo che era inutile, anzi sicuramente serviva ad eccitare di più quelle anime sadiche.
“E’ un peccato che in questo momento Bruto sia impegnato con la tua amichetta. Sono sicura che gli sarebbe piaciuto farlo lui stesso, ma in ogni modo ci arrangeremo!”, disse Leona.
Le due guardie la spinsero in avanti. Con le braccia legate lungo il corpo e il bastone fissato alla spina dorsale in modo che non potesse nemmeno chinarsi, Katia non poteva fare praticamente nulla per opporsi al loro volere. Fissò con terrore quell’orribile strumento. Capiva che l’avrebbero impalata su quell’arnese e che avrebbero riso di lei vedendola contorcersi impotente sul palo.
“Oh, no, no, nooooooo!”, gridò Katia con tutta la forza e la disperazione che le restavano.
Ma Leona abbozzò solo un sorriso crudele. Prese una scatoletta e spalmò un lubrificante sulla punta del pene artificiale. Gli occhi di Katia si dilatarono dal terrore mentre continuava a gridare e a piangere.
“Stai tranquilla, di crema ne ho messa poca, ma è ad alta conduttività. Ti permetterà di assaporare meglio la sensazione di essere accarezzata dal di dentro. Ora decidi. Puoi lottare oppure startene tranquilla e lasciarci fare. Ma più ti dibatti, più ti penetrerà dentro e più ti farà male”, le disse Leona.
Purtroppo aveva ragione. Anche se era impensabile lasciare che quelle donne le facessero tutto quello che volevano senza nemmeno tentare di ribellarsi. Alla fine la ragazza capì che non aveva scelta. Cercò di staccare la sua mente dal corpo e lasciarle fare.
“Brava! Così va meglio. E penso anche che i nostri giochi finiranno per piacerti”, disse Leona.
“Mai!”, mormorò Katia, mentre si sentiva sollevare per le ascelle e veniva issata in cima al palo.
Improvvisamente avvertì il contatto del metallo contro l’apertura della fica. Nonostante i buoni propositi, si divincolò riuscendo quasi a sfuggire alla presa delle sue aguzzine e ricadde al suolo con un tonfo.
“Questo è molto sciocco da parte tua. Se loro non ti sostengono cadrai per terra col rischio di ferirti seriamente”, disse Leona, “Ricordalo!”.
Katia provava un odio tremendo per quella donna. Li odiava tutti. E odiava soprattutto quella sensazione di calore che le saliva dal ventre, quando la riposizionarono. Sentì le labbra della vagina che si distendevano per lasciare entrare quel freddo strumento di acciaio sulla cui punta brillava il lubrificante. Le sue gambe si contrassero non appena la punta metallica le sfiorò il clitoride ed entrò facendosi strada nel condotto vaginale. Gemette ancora mentre lo strumento penetrava sempre più a fondo fino a farla sentire spaccata in due. Alla fine si trovò a toccare terra con la punta dei piedi. E così la lasciarono.
“Allora, visto che non è la fine del mondo?”, le chiese Leona.
Il membro artificiale era sparito tutto tra le sue cosce. I muscoli interni le dolevano. Era stata penetrata una volta sola, in fondo, ed era successo molti giorni prima.  
“Adesso puoi rimanere in punta di piedi ma prima o poi cederai e finirai per appoggiare a terra tutta la pianta. Naturalmente in questo modo lo strumento ti entrerà molto più a fondo”, le disse Leona con un sorriso sadico.
Katia rabbrividì, girò il capo e vide le altre due donne che ridevano. Se rimaneva appoggiata sulla punta dei piedi alla pedana il dolore era ancora sopportabile. Evidentemente avevano studiato appositamente l’altezza dello strumento. Dapprima pensò che forse poteva tentare di ribellarsi, ma si rese subito conto che era una speranza assurda.
Allora cercò di sollevarsi il più possibile per far uscire la punta dalla vagina, ma questo era impossibile, era già al massimo dell’estensione. Tutto quello che poteva fare era rimanere ferma e impalata da quell’orrido cazzo artificiale. Si sentiva piena di rabbia e di vergogna.
“Non credere che sia tutto qui!”, riprese Leona.
“Oh, vi prego, non ne posso più”, disse Katia ormai esausta.
“Siamo qui proprio per provare i tuoi limiti. Hai già sperimentato il generatore. Adesso ti farò provare qualcosa di nuovo”.
“E’ una ragazza fortunata. Fottuta fino in fondo senza preoccuparsi di rimanere incinta!”, osservò Elvira, prendendo in mano una piccola pompa.
Alla pompa era attaccato un tubo che terminava con un beccuccio. All’altro lato della pompa, un altro tubo più grosso era collegato a un rubinetto.
“Davvero fortunata. Le altre ragazze dell’istituto non ricevono tutte queste attenzioni. Adesso vedremo se le merita. Elvira, le infili il tubo nell’ano”, ordinò Leona.
“C…cosa?”, riuscì a mormorare incredula Katia.
“E’ solo un piccolo esperimento. Vogliamo stimolarti in due punti. E’ come se ti facessi scopare da due uomini contemporaneamente. Sicuramente è un’idea che ti è venuta più di una volta, vero?”.
“No, no. Mai!”, si difese Katia.
Elvira ignorò le proteste della ragazza e le infilò la canna nell’apertura anale per un buon venti centimetri. Katia lanciò un grido, il suo viso era più stravolto dalla vergogna che dal dolore.
Cosa le avrebbero fatto ancora? Impalata sullo strumento, Katia attese coi nervi a fior di pelle di conoscere la sua sorte.

L’ISTITUTO – 6

La dottoressa Storti tornò a sedersi dietro la scrivania e prese ad occuparsi di altri incartamenti.
Bruto prese Katia per un braccio e la spinse fuori dalla stanza. Nell’anticamera la ragazza raccolse il suo bagaglio e quindi si avviò per il lungo corridoio, quasi rincorrendo il passo spedito del suo carceriere. Raggiunsero l’atrio principale e ancora una volta Katia poté vedere le altre ragazze. Alcune alzarono il viso e la guardarono. Altre camminavano con gli occhi bassi scortate dalle guardiane. Katia provò un moto di rabbia quando vide Elvira che accompagnava un’altra ragazza, tutta tremante e ad occhi a terra, nell’ufficio della direttrice.
Una volta nella sua stanzetta, Katia dovette indossare la divisa grigia del riformatorio. Sedeva nella piccola cella fissando la parete. Si sentiva molto infelice e avrebbe voluto qualcuno con cui parlare.
Così passarono i giorni. All’ora di pranzo veniva prelevata e accompagnata nella sala comune, ma subito veniva ricondotta in cella. La porta era sempre chiusa a chiave, l’orribile suono metallico della serratura le risuonava dentro le ossa. Il terzo giorno, mentre Katia giaceva fissando il soffitto, udì dei passi che si avvicinavano alla sua cella. Si alzò di scatto, sperando che quello fosse il giorno tanto atteso in cui sarebbe stata reintegrata nella comunità. Quando la porta si aprì, il suo cuore ebbe un sobbalzo. Elvira e l’altra donna comparvero sulla soglia come due inviate dal demonio. Katia si ritrasse sulla sua brandina, raccogliendo le ginocchia al petto, in atteggiamento di difesa.
“Andiamo, Katia. Non essere incorreggibile. Non vorrai sperimentare i nostri trattamenti per le ragazze difficili…”, disse Elvira, afferrandola brutalmente per un braccio e trascinandola giù dalla branda. Katia cercò di divincolarsi, ma abbandonò ogni resistenza appena l’altra donna la colpì violentemente con un ceffone in pieno viso.
“Forse ha bisogno di Bruto per calmarsi un po’!”, suggerì Elvira, spingendola fuori dalla porta. “La direttrice ha ragione. Ha bisogno di un paio di lezioni ancora”.
La spinsero lungo il corridoio. Katia teneva gli occhi a terra, lasciandosi trascinare in silenzio finché raggiunsero una piccola porta all’estremità delle lunghe scale che portavano giù, nello scantinato.  Elvira frugò nella tasca per cercare la chiave. “Entra!”, fu l’ordine perentorio.
Katia fu spinta dentro e portò istintivamente le mani davanti. Era buio, tremendamente buio, l’unica luce arrivava dall’esterno. C’era un intenso odore di umidità che le fece arricciare il naso. Si guardò intorno strizzando gli occhi. Quando Elvira accese l’interruttore, Katia boccheggiò. Strumenti di ogni tipo erano appesi alle pareti. Voltandosi, con la voglia di scappare, vide che chiudevano la porta.
“Togliti i vestiti. Il tuo amante sta per arrivare e vuole trovarti già pronta”, disse Elvira con una smorfia beffarda. Era facile sfilarsi la divisa. Forse era stata studiata apposta, così avrebbero potuto violentarla, picchiarla, fare di lei quello che volevano, senza perdere troppo tempo a denudarla.
“Brava! Vieni qui sotto il palo”, le ordinarono.
Katia vide un palo di legno lungo un paio di metri che pendeva orizzontalmente dal soffitto, attaccato a una puleggia. Evidentemente si poteva alzare e abbassare a volontà. Lentamente Katia si mosse verso il punto indicato da Elvira.
“Adesso ti prepariamo per il tuo innamorato. Sarà contento del nostro lavoro”, aggiunse una delle due ammiccando alla compagna. La direttrice ci ha informate che tu sei un caso speciale. L’avevamo capito fin dal primo giorno”, disse Elvira facendo cenno a Katia di alzare le braccia. Lei fece come le avevano ordinato, lasciandosi scappare una breve risata isterica. Si sentiva strana in quell’assurda, orribile situazione. Elvira era salita in piedi su di una sedia e stava legando i polsi della ragazza alle estremità del palo con due cinghie di cuoio. Strinse i legacci con forza fino a strapparle un grido di dolore. Ora le sue braccia erano aperte, come in croce. Katia sentì una fitta all’articolazione delle spalle e mosse la testa per cercare di allentare la tensione.
“Apri quelle gambe!. Sappiamo già che sei brava a farlo”, disse Elvira.
Katia arrossì di vergogna. Sembrava che tutti fossero al corrente di quello che era successo. Poteva facilmente immaginarsi Bruto che raccontava in tutti i dettagli cosa le aveva fatto e come lei aveva reagito alle violenze, col suo corpo che silenziosamente ne implorava ancora di più. A questo pensiero si sentì ammantare di vergogna. Se avesse potuto, sarebbe scappata all’inferno in quel preciso istante.
Le stavano stringendo ancora di più i legami ai polsi, poi la costrinsero ad aprire le gambe. Katia abbassò lo sguardo e vide due anelli di ferro inchiodati al pavimento, ognuno con una corta catena. Le catene terminavano con delle larghe strisce di cuoio a cui le due guardiane fissarono le caviglie della ragazza, legandole strette.
“Ahi, mi fa male! Sono troppo strette. Non potete allentarle un po’? Per favore!”.
Elvira si voltò di colpo e schiaffeggiò Katia duramente. “Per lasciarti scappare? Non hai alcuna possibilità. Sono strette e così rimarranno finché non avremo finito”.
Elvira controllò i legami, poi mosse l’argano. Quell’orribile strumento doveva essere stato costruito moto tempo prima, pensò Katia, ma funzionava ancora fin troppo bene.
“Oh, no, no. Basta!”, urlava la povera vittima mentre sentiva tutte le membra in tensione.
Elvira non diceva nulla, continuava a girare la manovella che faceva sollevare il palo sempre più in alto. Katia scosse la testa da un lato all’altro con gli occhi spalancati dal dolore. Sentiva i muscoli delle braccia che le pulsavano e i tendini che si stiravano dolorosamente, mentre il cuoio dei legacci le tagliava la carne. Le catene cigolarono quando Elvira diede un ulteriore strattone alla fune. Il respiro di Katia si fece faticoso, il petto si sollevava e si abbassava facendole sobbalzare i seni, mentre le punte dei capezzoli si irrigidivano per conto loro.
“Basta, basta!”, implorava, mentre le sue grida si tramutarono in singhiozzi. Un altro giro di argano. I lacci alle caviglie la stringevano sempre di più. Katia emise un altro lamento sentendo il cuoio tagliarle la pelle. Quando finalmente Elvira smise di tirare e bloccò l’argano, la ragazza pendeva nuda dal soffitto in posizione a X. Braccia e gambe erano divaricate. Appesa per i polsi e agganciata per le caviglie, Katia era ridotta alla completa impotenza.
“Adesso non potrà muoversi molto, qualsiasi cosa le faccia Bruto”, sghignazzò l’altra carceriera. Elvira si accostò alla ragazza e le fece scorrere un dito lungo tutto il corpo, soffermandosi qua e là, soprattutto quando l’accarezzò fra le gambe. Katia sentì la pelle delle cosce che si raggrinziva nell’istante in cui le dita di Elvira penetravano nella sua fessura.
“E’ proprio calda. Bene. E’ già bagnata e ancora non le abbiamo fatto nulla!”.
Nulla! Cos’era secondo loro quella tortura, l’umiliazione e la sofferenza di essere appesa al soffitto? Katia fissava con occhi increduli quelle due donne sotto di lei stupendosi ancora del loro sadismo. Ci fu qualche minuto di silenzio. Poi Katia esplose in un altro singhiozzo e implorò piangendo a dirotto le due donne di lasciarla tornare nella sua cella.
“Sto cominciando ad averne abbastanza di questa lagna. Diamole una lezione. La dottoressa Storti  ci ha dato il permesso”, disse l’altra carceriera, indicando col capo una piccola scatola grigia in un angolo della stanza. Elvira annuì col capo e si diresse verso un grande scaffale di legno accanto alla porta. Katia la osservò in silenzio e rabbrividì quando la vide tornare con uno strumento che sembrava un bavaglio. Una grossa palla di gomma era trattenuta ai due lati da spesse strisce di cuoio che terminavano con una fibbia. Salendo in piedi sulla sedia e torcendole il naso, la guardiana obbligò la ragazza ad aprire la bocca. Poi le infilò la palla tra le mascelle ficcandogliela quasi in gola e rigirandola finché non arrivò a toccarle i molari. Katia scosse la testa in un disperato tentativo di sottrarsi alle dita della donna. Elvira ignorò la sua resistenza e le fissò la cinghia attorno al capo, allacciandola alla nuca.
Katia non poté più inghiottire, sentendosi soffocare dal sapore disgustoso che la gomma le lasciava in bocca. Inoltre non poteva emettere alcun suono ed era difficilissimo respirare. Osservò le due donne che si dirigevano verso uno scatolone metallico. Con terrore si rese conto che si trattava di un generatore di corrente e sentì il proprio cuore battere all’impazzata. Volevano torturarla con la corrente elettrica! Ne era sicura. Le avrebbero scaricato la corrente in tutto il corpo e sarebbero state a guardare la sua agonia.
Katia si dibatté furiosamente, l’idea di quella tortura la faceva impazzire. Era sempre stata terrorizzata dall’elettricità da quando da bambina si ustionò un dito infilandolo in una presa. Agitò le catene tirando e divincolandosi più che poteva mentre i lunghi capelli biondi le sferzavano il petto. Ma non poteva fare niente. Più si dibatteva, più peggiorava la situazione, più aumentava il dolore. Il respiro affannoso e disperato faceva stringere ancora di più i nodi dentro la carne. Il collo e le spalle le dolevano per la terribile tensione a cui erano sottoposti.
Katia affondò i denti nel bavaglio di gomma, e si ritrovò costretta ad osservare le due donne che dipanavano una matassa di fili attaccati alla macchina. Alcuni di questi terminavano con delle ventose, altri con pinze. Elvira sollevò uno dei fili tendendo la pinza davanti agli occhi terrorizzati di Katia.
“Sai a cosa servono queste, cara? Sai cosa ti faremo?”, sottolineò perfidamente.
Katia scosse la testa, col viso contratto dalla paura. Non voleva saperlo. Elvira aprì la piccola bocca dentata e l’appoggiò al seno destro della vittima. Il contatto col metallo la fece rabbrividire. Poi, con uno scatto improvviso, la morsa si strinse sul capezzolo turgido.
Katia distolse il viso, mordendo il bavaglio e tirando selvaggiamente i legacci. Se solo avesse potuto liberare un braccio per togliere quell’orribile cosa che le mordeva il seno! Ma le cinghie erano fissate saldamente. Le lacrime cominciarono a scorrerle sul viso, più per l’impotenza che per il dolore.
Elvira si era accostata all’altro seno e lo stuzzicava con un’altra pinza. Katia sentiva i piccoli denti acuminati morderle la carne delicata, poi, in maniera del tutto irrazionale, avvertì una strana sensazione che le faceva piegare le ginocchia e le distendeva i muscoli del seno.
“Più la lavoriamo e più si riscalda. La direttrice ha ragione. E’ un caso davvero speciale”, osservò l’altra guardiana indicando il sesso di Katia che cominciava a sbavare.
“E’ davvero una fornace quaggiù, aspetta solo un bel cazzo… o qualcos’altro di buono e di caldo che si prenda cura di lei. Ecco com’è, farebbe di tutto pur di far godere la sua piccola passera!”.
Katia avrebbe voluto gridare che non era vero, ma il bavaglio soffocava ogni suono. Elvira prese  altri fili e attaccò tre pinze al sesso di Katia. Una proprio sul clitoride, due sulle piccole labbra. Katia affondò ulteriormente i denti nella palla di gomma mentre il contatto gelido delle pinze contrastava dolorosamente con il suo sesso che si faceva sempre più caldo e bagnato. Le due donne infine le attaccarono altri terminali alle dita dei piedi.
Katia spalancò gli occhi e guardò tutti quei fili elettrici collegati al suo corpo. Si sentiva come se la stessero preparando per una esecuzione. L’altra guardiana si avvicinò al generatore e accese lo strumento girando un interruttore.
“Cominciamo dal livello due e poi saliamo!”, disse Elvira.
Katia pregò silenziosamente di perdere subito i sensi. Ma sapeva che non avrebbe avuto quella fortuna.  Le piccole pinze dentate mordevano i suoi seni e il suo sesso. Il rumore della macchina le riempiva le orecchie. Tremava guardando le dita di Elvira che ora muovevano i comandi dell’apparecchio. Il ronzio del generatore aumentò.
Katia sentì tutti i muscoli che si tendevano. Stava già accadendo. Sentiva la corrente che arrivava attraverso le pinze. Era come se un milione di piccoli denti la mordessero dappertutto. E il suo sesso! Le ricordava la tortura a cui era stata sottoposta il primo giorno con l’idrante. Il suo corpo si inarcò e cominciò a tremare come se fosse stato esposto a un gelido vento polare e la testa le si rovesciò di colpo all’indietro.
La sensazione della corrente che le attraversava il corpo, stranamente,  non era del tutto spiacevole. Tentò di rilassarsi assaporando  il brivido dell’elettricità che le solleticava il clitoride. Un’altra ondata di liquido le colò dalla figa scivolando lungo le cosce e aiutando la corrente a diffondersi.
Elvira se ne accorse. “Le piace! Diamogliene di più”, disse soddisfatta, aumentando la dose.
Il ronzio aumentò ancora. Adesso il formicolio era più intenso e concentrato. Katia morse il bavaglio per scaricare la tensione frenetica sentendo che il suo cervello stava per cedere. La corrente la colpiva ora come una pugnalata, facendola gemere e sospirare, mentre cercava di divincolarsi tra i legami. Contrasse le dita dei piedi fino a sentirle invase dai crampi. Un ulteriore aumento di intensità le fece perdere completamente il controllo. Un getto di urina le scivolò lungo le gambe, mentre le due donne la osservavano ridendo.
“Sembra abbia toccato il suo limite, per ora”, disse l’altra guardiana.
“Vedremo. Non credo che perderà i sensi. Prenderà tutto quello che decidiamo di darle”, disse Elvira spostando l’interruttore ad un livello ancora più alto.
Katia si sentì come travolta da un camion che andava a tutta velocità. I suoi seni, il ventre e la fica furono come dilaniati dalle intense frecciate. Il suo corpo fu tutto un fremito. Elvira aumentò ancora la potenza spostando la leva quasi al massimo. Katia fu preda di una forza diabolica, le sue labbra divennero violacee e rivoli di saliva le colavano dagli angoli della bocca sul mento. Rimase appesa, completamente impotente, aspettando il peggio.
“Diamole un’ultima girata”, disse Elvira.
Furono le ultime parole che Katia udì. Poi sentì un odore di carne bruciata. Il dolore era troppo intenso. Con un grido soffocato si irrigidì stirandosi tutta, poi si ammosciò appesa al palo perdendo finalmente i sensi.


L’ISTITUTO – 5

“E’ stato bello, piccola. Accidenti, ci divertiremo un sacco, qui. Vedrai, ti piacerà la tua nuova casa”, disse Bruto soddisfatto.
Katia singhiozzava, tutta rossa in viso. Raccolse al petto le ginocchia rannicchiandosi in posizione fetale.  Era stata violentata. Aveva ricevuto dentro di sé il cazzo di uno sconosciuto, era stata scopata come un animale, come una bestia, come una cagna.
“Adesso è ora di alzarci. Devi presentarti alla direttrice e raggiungere le altre ragazze”, disse Bruto, scendendo dal letto. Raccolse i suoi vestiti mentre Katia rimaneva immobile. Poi la ragazza sentì un sibilo seguito dal rumore secco di una manata che la colpiva sulle natiche. Strillò ritornando in sé e fissò l’uomo con le lacrime agli occhi, sfregandosi i glutei arrossati.
“Questo non è un albergo. Quando ti si dice di muoverti, devi muoverti! Andiamo ora”, ordinò Bruto andando a raccogliere i vestiti di lei e gettandoglieli addosso.
“Adesso ti farai una doccia per ripulirti. Muoviti!”, rincarò lui.
“D…doccia?”, ansimò Katia, stringendosi al petto gli abiti. Bruto rovesciò il capo all’indietro scoppiando in una fragorosa risata.
“Non preoccuparti. Elvira e la sua amica saranno occupate per un po’. E adesso muoviti!”.
La spinse fuori dalla stanza e chiuse a chiave la porta, quindi l’accompagnò alle docce. Erano ancora deserte. Bruto rimase lì, appoggiato alla parete con le braccia incrociate sul petto. Katia rabbrividì sentendo lo sguardo dell’uomo che percorreva il suo corpo nudo. Si vergognava, nonostante avesse abusato di lei fino a pochi minuti prima. Si insaponò tra le cosce sentendo la fica ancora umida e calda, cacciando indietro le lacrime. Tutto era successo in un giorno, un solo brevissimo giorno! Era incredibile! Era stata trattata in un modo orribile, derisa, umiliata, e infine violentata! Mentre si spruzzava il viso con l’acqua fredda, la ragazza stentava a credere che tutto ciò fosse realmente successo. Ma lo sperma e il sangue che stava lavando dal suo sesso violato le ricordavano che era tutto vero.
“Sbrigati! Non possiamo star qui tutto il giorno. Non stai in villeggiatura”. Bruto le gettò un asciugamano sporco raccolto da terra e continuò a fissarla mentre si asciugava e si rivestiva. Non riusciva a trovare i sandali e la ferita al piede sanguinava ancora. Lì accanto c’era la sua valigia, quella che prima le avevano sequestrato. Bruto gliela lanciò col piede mentre lei finiva di abbottonarsi il modesto vestitino stampato. Una volta usciti dalle docce, la diresse con brevi cenni autoritari lungo un interminabile corridoio. Si sentiva nell’aria il tipico odore degli edifici pubblici, il tanfo del disinfettante che copriva ogni cosa. Attraverso una finestrella rettangolare della porta, Katia intravide quelle che dovevano essere le aule. Le altre ragazze erano divise in piccoli gruppi, occupate a svolgere un compito.
“Ci arriverai quando avrai dimostrato di collaborare”, la minacciò Bruto, seguendo il suo sguardo.
Katia rabbrividì. Riusciva a stento ad immaginare cosa volessero significare le parole dell’uomo. Girarono in un altro corridoio e si ritrovarono nel settore riservato agli uffici. Katia sentì con sollievo la soffice moquette sotto i piedi nudi. C’era un’aria di calma, quando si fermarono davanti a una pesante porta di quercia. Una piccola targa annunciava l’ufficio della Direttrice.
Bruto si tolse il cappello, bussò e ottenuto il permesso aprì la porta. Fece cenno alla ragazza di seguirlo. Era un ufficio molto ampio, arredato con pochi mobili eleganti. Dietro la scrivania in legno massiccio sedeva la signora Federica, segretaria personale della direttrice. La donna stava battendo a macchina e si interruppe per un momento, abbassando gli occhiali per vedere chi fosse entrato. Fece un piccolo sorriso e riprese il proprio lavoro.
“E’ un caso particolare?”, chiese la donna con una voce acuta.
“Sì, signora. C’è la dottoressa Storti?”, chiese Bruto con rispetto.
Il silenzio cadde pesante quando la donna smise di battere a macchina. Quindi si girò e annuì leggermente.
“Sì, ma è terribilmente occupata. Per via di un pezzo grosso venuto da Roma. Posso….”, cercò di prendere tempo la donna.
“Credo che sarà interessata a questo caso”, incalzò Bruto.
Ci fu un’altra pausa di silenzio. Durante tutto quel tempo Katia aveva tenuto la testa bassa, con lo sguardo al pavimento. Ora sentendosi osservata sollevò il viso e fissò la signora Federica. Anche in quella donna non c’era ombra di pietà né di compassione. Poi la donna tornò al suo lavoro, come se la ragazza non fosse mai esistita. Bruto le fece lasciare il bagaglio accanto a sé e la spinse con le mani sulle spalle verso l’altra porta. Entrarono in un altro ufficio, molto più elegante. Lì, in piedi di spalle davanti alla finestra, c’era la direttrice dell’istituto, la responsabile di tutto quello che accadeva.
Appena la porta si fu richiusa, la signora Storti, la Direttrice, si tolse gli occhiali e li rigirò in mano mentre la studiava. Katia si morse il labbro, aggrappandosi a una tenue speranza di salvezza e domandandosi se l’avrebbe lasciata parlare. Poi cominciò a balbettare frasi sconnesse.
“Mi hanno violentata!, gridò quasi, mentre le lacrime le scendevano sul viso.
“Oh. Davvero?, fu la prima reazione.
“Sì. Prima due donne mi hanno violentata con l’idrante….”.
“Con tutto l’idrante? Mia cara, la cosa mi sembra altamente improbabile….”.
“No, no… con l’acqua. Elvira e l’altra… e poi… quest’uomo….”.
Katia scoppiò a piangere e si coprì il volto con entrambe le mani, lottando per ritrovare il controllo.
“Quest’uomo poi mi ha violentata. Mi ha portata in uno stanzino…. e mi ha violentata”.
Non poté continuare. Le lacrime soffocavano le sue parole.
“E’….tutto?”, chiese la Direttrice.
Katia non poteva credere a quel che udiva. Smise di piangere, col gelo nell’anima, e rimase a fissare allibita quel mostro di donna.
“Si è comportata bene?”, chiese la dottoressa Storti, ignorandola di colpo.
Bruto si strinse nelle spalle, guardando la ragazza con un sogghigno.
“Abbastanza, signora. Penso che abbia delle grandi potenzialità”, rispose lui.
“Se verrà affidata alla vostra guida personale, vero?”. La Direttrice si toccò lo chignon sulla nuca, poi girò intorno al tavolo appoggiandosi pesantemente al bordo. Da quando l’aveva fatta entrare, osservava attentamente la ragazza per valutarla. Ma questa teneva sempre gli occhi a terra. Allungò quindi una mano e prese fra le dita il mento di Katia per sollevarle il viso.
“Molto carina. Sì, capisco perché sia voi che Elvira e la sua amica vogliate...ehm..occuparvi della sua educazione. Katia? Katia Lopresti, suppongo. Elvira mi ha portato il vostro fascicolo, dopo quel piccolo incidente. E’ curioso”, disse piegando le labbra sottili in un sorriso, “vostra madre sembra convinta che siate una specie di pervertita sessuale”.
“Lo è davvero, signora. Quando la scopavo, non voleva lasciare andare il mio uccello, e….”.
“Risparmiatemi i dettagli, Bruto. So come vanno queste cose. Così..”, continuò con una voce più dolce, rivolta alla ragazza, “..sembra che vostra madre avesse ragione, benché sia stato un errore mandarvi qui per una correzione. Comunque, adesso che ci siete, dovete adeguarvi alle nostre regole”.
“Come…come potete fare questo?”, balbettò Katia. “Non potrà andare avanti per sempre. Vi prego, lasciatemi andare. Io non ho fatto niente di male”, fu la supplica della ragazza.
“Per rispondere alla vostra domanda”, disse in tono gelido la dottoressa Storti, in vena di spiegazioni,  “questo fa parte del mio lavoro. Sono riuscita a radunare intorno a me alcuni amici fidati. Quello che avete sperimentato oggi non capita a tutte le ragazze. Voi siete un caso speciale e quindi sarete scelta per un trattamento particolare. Per quanto riguarda la seconda domanda, resterete qui per tutto il periodo deciso da vostra madre. E’ tutto. Portatela in cella, Bruto, poi ne discuteremo.



L’ISTITUTO - 4

Katia non riusciva a credere che il proprio corpo reagisse a quel modo, con il coltello nella sua fessura. Era in calore e offriva le proprie intimità a quell’uomo sollevando e abbassando il bacino. I taglietti sulle labbra della fica ardevano come piccoli fuochi. Tutta la zona le doleva, ma non riusciva a stare ferma. Il sudore che le scendeva in mezzo alle cosce rendeva ancora più intenso il bruciore, mischiandosi agli umori che le inumidivano il sesso.
“Ehi, cagna, ti piace vero? Non vedi l’ora di avere il mio cazzo dentro! Sei qui da neanche un giorno e già vorresti liberarti della tua ciliegina. Come se ti desse fastidio da anni”, la incalzò lui.
“No, non violentatemi! Non fatelo, vi prego!”, supplicò Katia.
“Puoi contarci che lo farò. E non potrai pisciare né camminare per una settimana, dopo che avrò finito con te!”.
Katia udì il pugnale cadere a terra e sentì le forti mani di lui afferrarla per i fianchi. Stava per  possederla, per montarla come un cane, come se lei fosse solo una cagna in calore. La tirò con forza verso di sé e le ginocchia le scivolarono indietro, nonostante si aggrappasse con forza conficcando le unghie nel materasso. Poi percepì la punta del grosso membro all’apertura della fica. Bruto la teneva saldamente e con una spinta mandò il cazzo appena dentro la sua fessura.
Katia singhiozzò sollevando la testa e fissando la parete di fronte con gli occhi stravolti. Non aveva mai provato nulla di simile in vita sua. Aveva sentito raccontare un sacco di storie di violenze, ma mai avrebbe pensato che potesse capitare a lei. Boccheggiò nuovamente con la bocca e la gola completamente riarse, attendendo il seguito.
Bruto grugniva, perso nel proprio mondo di istinti primordiali. Cominciò a muoversi spingendo sempre più a fondo il membro nella vagina di Katia. Soltanto quando sentì la cappella incontrare la resistenza dell’imene, si arrestò. Katia lanciò un grido di terrore. Lui stava per perforarle quella piccola membrana. Tutta tremante, piena di paura, cercò di fermarlo, di allontanarlo con la mano.
“Ehi, piccola cagna, cos’è questa storia? Prima non vedevi l’ora di averlo dentro!”, disse lui, riemergendo dai suoi pensieri.
“Mi fa male. Mi farete male…oh no, no! Tiratelo fuori. Fuori!”, urlò lei cercando di sfuggire alla morsa che la teneva bloccata.
“E’ quella ciliegina, vero? Dà troppo fastidio. Togliamola!”.                                                                 
La voce di Bruto si era fatta ancora più grave. Le dita dell’uomo lasciavano lunghi solchi rossi sulla pelle di Katia. Continuava a stringerla sempre più forte, mentre il membro spingeva contro la membrana vaginale. La ragazza singhiozzò. Vi fu un attimo di esitazione, poi Katia sentì qualcosa al suo interno cedere alla tremenda pressione. Ormai era andata!
Katia sentì la sensazione terribile di uno squarcio, seguita dal contatto ruvido di quel cazzo che apriva e allargava la sua cavità virtuale, rendendola una tana per piccoli animali. Si agitava e tremava scuotendo la testa da una parte all’altra.
L’aveva fatto! L’aveva sverginata, infrangendo la sua ultima difesa, e rendendola la sua cagna. Pensò che sarebbe svenuta. Vedeva davanti agli occhi macchie nere e gialle, ma qualcosa le fece improvvisamente riprendere i sensi. Inginocchiata, col bacino sollevato in aria mentre veniva montata come un animale, si sentiva spaccata in due da quel cazzo che la possedeva con violenza, senza alcun riguardo. Bruto si chinò su di lei mordendole il collo e spingendo il cazzo sempre più a fondo.
Non si era fermato un attimo dopo aver perforato l’imene e non faceva alcun caso alla sofferenza della ragazza. Anzi, l’idea che soffrisse sembrava eccitarlo ancora di più.
“Oh, no. E’ troppo grosso. Non riuscirete mai a farlo entrare!”, implorò ancora Katia, cercando di interrompere quella assurda catena di pensieri che le affollavano la mente, e quel tizzone rovente che si faceva largo dentro di lei.
“Vedrai i fuochi d’artificio e li sentirai scoppiare dentro la tua fica, cagnetta. Non senti che stanno già per accendersi?”, la stuzzicò lui.
Sbatteva il ventre contro le sue natiche sempre più in fretta e a fondo, e la forza di quell’impatto la faceva dondolare come una lanterna al vento. Katia gemette e affondò ancora di più i denti nel cuscino. Il sudore le colava dalla fronte mescolandosi alle lacrime. Graffiò e morse il tessuto mentre l’uomo continuava a scoparla sfondandola con tutta la sua forza. Ormai la sua vagina stretta era un lontano ricordo.
“Oddio, cosa mi state facendo… Basta, basta! “, si lamentò lei.
“Comincia a piacerti adesso, vero? Certo non avresti mai pensato nei tuoi sogni di bimba di essere scopata così. Ma ti piacerà!”, incalzò lui.
Bruto passò le mani sotto al corpo di Katia e le afferrò i seni strizzandole i capezzoli con tanta forza che la ragazza pensò che glieli avrebbe strappati. Gridò per il dolore e il bruciore insopportabili. Bruto le morse l’attaccatura del collo come un lupo che tiene ferma la preda, facendole rovesciare il capo all’indietro come una cagna sottomessa. Katia si sollevò sulle braccia mentre il bacino e tutto l’interno del ventre erano scossi da sussulti incontrollabili.
“Su, piccola cagna, danza per me! Si, muoviti intorno al mio cazzo. Voglio trascinarti con me nel mio inferno!”.
Bruto la colpiva sulle natiche col ventre e i testicoli, sculacciandola ripetutamente per darle il ritmo. Le teneva i denti piantati nel collo mentre spingeva sempre più con forza il cazzo nel profondo della sua intimità. Katia poteva sentire i peli ispidi e duri del pube di lui sfregarle contro il solco, fra le natiche. Sembravano setole di una spazzola ruvida che la battevano e le irritavano la pelle già arrossata. Ma anche filamenti nervosi fatti apposta per stimolarla. Era selvaggio e meraviglioso, tutto questo. La sensazione di bruciore che provava all’interno della fica, la faceva impazzire. Si aggrappò alla coperta stringendola con le dita, ormai bianche dallo sforzo, aspettando l’ultimo spasmo che l’avrebbe spedita al di là, in un'altra dimensione.
“Dai che ci sei. Godi cagna, voglio che godi sotto di me! Vieni…su vieni, adesso!”, la spronò lui dandole dei colpi che rischiavano di sfondarla.
Quelle parole le fecero perdere ogni ritegno. Si senti volare verso l’alto e nello stesso tempo schiantare a terra. Katia urlò e singhiozzò sentendo un misto di dolore e piacere fare la guerra nelle sue viscere e sgorgare in rivoli dalla propria fessura. Il duello fra quelle due sensazioni e il dolore della stretta che le imprigionava i seni, le annebbiò la mente. Tutto quello che voleva era sentir crescere quella sensazione affinché la sofferenza e la tensione l’abbandonassero.
“Uhhhhhhhhhhhh”, gemette Katia suo malgrado.
“Troia! Piccola cagna! Godi, eh? Stai per avere il tuo primo orgasmo. E ti ricorderai di me e del mio cazzo per tutta la vita”, disse lui affondando soddisfatto dentro di lei, oltre il possibile.  

Bruto la scopava ormai con tale violenza che ad ogni colpo la mandava a picchiare e a sbattere la testa contro la parete. Katia si aggrappò ancora di più al cuscino, insultandolo mentalmente. Sentiva la pressione di quelle mani sui seni come un fuoco che le si trasmetteva a tutte le sue fibre nervose, già terribilmente eccitate.  
Katia non poteva credere alle proprie reazioni. Ma era così fuori di sé che ora voleva davvero che quel grosso cazzo la facesse godere. Era come se fosse impegnata in una battaglia mortale con se stessa su quello stesso giaciglio. La rete cigolava sotto i colpi dell’uomo e i sussulti di agonia di lei.
Katia emetteva inconsapevolmente ululati da cagna, un suono basso e rauco che le usciva dalla gola. L’impeto dell’orgasmo stava per esplodere dentro di lei, anche se ancora non sapeva di cosa si trattasse. Provava piacere a quell’eccitamento, a quella tensione gioiosa e dolorosa che stava per scaricarsi in una furia selvaggia.
Il tremendo calore che sentiva nel ventre cresceva sempre di più. Poteva sentire il risucchio del cazzo che la scavava dentro. Improvvisamente le pareti della vagina si contrassero in uno spasmo più forte e Katia digrignò i denti.
“Yaghghghghghhh!”. La tensione del suo corpo, trattenuta a fatica, cominciava ad esplodere.
Katia sentiva che l’uomo era sul punto di venire, tutto quello che doveva fare era aspettare e presto avrebbe sentito l’orgasmo di lui che la riempiva.
“Si, piccola cagna, adesso….Adesso!”.
La voce di Bruto si alzò di tono mentre le sue dita si serravano come una morsa sui seni della ragazza. Poi il suo cazzo dette una spinta più forte e si scaricò con una violenza inaudita. Katia subì il getto di sperma che le colpiva il fondo dell’utero e la riempiva totalmente, colandole subito dopo lungo le pareti vaginali e lungo le cosce. Cosa le aveva detto? Ah, si. Che le avrebbe fatto vedere i fuochi d’artificio. Ed era proprio quello che stava accadendo. Sentiva la testa esplodere e il liquido distenderle i muscoli della fica, mentre l’uomo continuava a muoversi avanti e indietro più lentamente ora, quasi a rallentare la folle corsa prima di bloccarsi del tutto.
“Uhhhhh!”, ansimò lei con la bocca spalancata mentre si sentiva scuotere come per un terremoto. Agitò il bacino contorcendosi tutta e gridò quando Bruto le affondò i denti nella spalla.
“Prendila, piccola cagna…prendi tutta la mia sborra!”.
Era quello che stava facendo. L’orgasmo salì dentro di lei avvolgendola tutta, i seni, le dita, le ginocchia….le cosce. La zona attorno al sesso era tutta un bruciore, mentre altre ondate di piacere la sommergevano, togliendole il respiro. Era mostruoso, animale… ma meraviglioso. Ad ogni contrazione delle pareti vaginali seguiva un rilassamento che fermava per un attimo il dolore fino all’esplosione successiva. Katia aspettava con ansia questa esplosione, gemendo e contorcendosi sotto i colpi dell’uomo. Avrebbe potuto andare avanti così per un’eternità, e Katia lo desiderava!
Il suo sesso l’aveva tradita!
Singhiozzò, vergognandosi, ricordando che l’uomo da cui veniva posseduta era il guardiano di un terribile posto da cui avrebbe voluto fuggire. Ma anche così, la sensazione che provava era la più bella che avesse mai subito in vita sua.
E, improvvisamente, fu tutto finito. La sua fica cercò di spremere altro succo dai testicoli di Bruto, ma non ce n’era più. L’uomo la lasciò andare e sghignazzò quando la ragazza ricadde senza forze sul letto, come un sacco vuoto.
Katia nascose il viso nel cuscino inzuppato di sudore. Avrebbe voluto che l’uomo se ne andasse, che sparisse lasciandola sola, così avrebbe potuto nascondergli la propria vergogna. Che mostro di ragazza era in realtà? Lui l’aveva vista eccitarsi sotto i getti dell’idrante ed ora l’aveva violentata, sverginata e lei aveva ceduto al piacere mentre lui ne abusava sghignazzando. E le era piaciuto! Cos’altro le avrebbe fatto?  Quali altre umiliazioni avrebbe dovuto subire prima che finisse quell’orribile giornata?


L’ISTITUTO - 3

“No! Non fatemi del male!”, implorò Katia con il viso trasformato in una maschera di terrore. Si agitava mordendo con forza il labbro inferiore. Doveva trattarsi di un incubo, un sogno terribile da cui non si sarebbe certamente risvegliata.
Quando Bruto premette la lama del coltello contro il suo fianco non ebbe dubbi sulla realtà della situazione. L’uomo stava dietro di lei col cazzo fuori che sfiorava l’interno delle sue cosce. Poteva sentire il rumore fin troppo reale del suo respiro e della sua mole che la sovrastava. Katia cominciò a tremare di paura e scosse la testa lasciando che i lunghi capelli biondi le ricadessero scompostamente sul viso. Era incredibile tutto quel che le stava accadendo. Una giovane ragazza, appena entrata nell’adolescenza, torturata come un animale.
“Si, un bel buchetto. Proprio grazioso e invitante….”, osservò lui già pregustando il seguito.
Bruto depose per un attimo il pugnale e passò le dita sul corpo della ragazza seguendo col pollice la curva delle natiche. Katia si sentì aprire come un melone spaccato in due, mentre l’uomo le infilava brutalmente entrambi i pollici nell’apertura anale. Emise un gemito e spalancò la bocca con gli occhi fuori dalle orbite. Ora sentiva qualcosa di caldo e umido che le accarezzava l’ano. La sua lingua. Oddio! La stava leccando. Le infilava dentro la lingua e la rigirava come se fosse stata un dito sottile.
“Ahhhhhhhhhhhh!, proruppe Katia, suo malgrado.
Le spalle della ragazza si piegarono afflosciandosi e si sentì scuotere in tutto il corpo vergognandosi delle sensazioni che provava. Il terrore aveva lasciato il posto al piacere e alla perversione. Si morse il labbro inferiore fino a sentire il sapore del sangue, tendendo i muscoli delle cosce e sollevando ancora di più il bacino, per offrire meglio il culo. Bruto era tutto concentrato sulla sua apertura anale, allargata e inumidita quanto più possibile.
“Ti piace, eh, troia? Ti piacerebbe che ti mangiassi così anche la fica, vero?”.
Katia non rispose. Grugnì umiliata di essere stata scoperta, tendendo suo malgrado le natiche per un attacco più profondo, mentre un liquido caldo e appiccicoso colava lentamente dalla sua fessura fino alle cosce e al cespuglio del pube. Il crudele guardiano sapeva come eccitarla. Continuava a solleticarla profondamente con la lingua nel solco tra le natiche. Katia si sentiva prigioniera di se stessa. Affondò le dita nel materasso mentre l’uomo continuava a succhiarla.
“Uhhhhhhhh!”, si sentì gemere senza ritegno.
Bruto si spinse leggermente in avanti  muovendo ora la lingua dall’ano alla vagina finché lunghe strisce liquide comparvero tra le cosce della ragazza. Fu allora che Katia udì un altro suono, il rumore della cinghia che veniva sfilata dai pantaloni.
“C-cosa? Oh, no!”, si lasciò sfuggire la ragazza passando dall’eccitazione al terrore.
Katia intravide l’ombra che si piegava su di lei. Poté vedere che si avvolgeva un’estremità della cinghia attorno alla mano lasciando ricadere l’altra estremità. Katia cercò di sollevare la testa per fronteggiare l’aguzzino, ma Bruto la tenne ferma, minacciando di batterla se avesse tentato di girare la testa.
“Oh, no.. Non potete… non potete farmi questo. Vi prego… “.
I suoi lamenti si spensero in un sussurro disperato. Non c’era nessuno che potesse sentirla. Poi vide l’ombra del braccio sollevare in aria la cinghia di cuoio. La cinghia sibilò e ricadde come un missile. Katia avvertì il bruciore violento di quel colpo sulle natiche. Tutto il suo corpo sussultò come un pesce trafitto da un arpione. Il dolore della scudisciata le strappò un singulto mentre lottava contro le lacrime.
“Non voglio che mi veda piangere!”, pensava Katia mordendosi la lingua mentre Bruto sghignazzava e sollevava nuovamente lo scudiscio.
“Ehi, che bello, che bel culo per la mia cinghia”, grugnì.
La striscia di cuoio ricadde ancora una volta, e ancora, e ancora. Katia fece del suo meglio per impedirsi di urlare affondando la testa nel cuscino e le unghie nel palmo della mano.
“Su, ora!”, le ordinò bruscamente il guardiano.
Un altro colpo alla nuca la costrinse a sollevarsi. Rimase così, in attesa di un’altra frustata, che invece non venne. Katia osò voltare la testa per dare un’occhiata alle proprie spalle. L’uomo stava dietro di lei, con la cinghia ancora avvolta intorno a una mano e gli occhi che brillavano sadici alla vista del suo corpo martoriato. Il suo cazzo era ancora più gonfio e grosso di prima, di un colore che tendeva al viola. Si distinguevano chiaramente le vene bluastre e rigonfie mentre alcune gocce brillavano sulla punta della cappella.
“E così vuoi vedere quel che ti faccio, eh? Ti piace vedere un uomo che ti colpisce, vero? Ci godi?”.
“No, no! Ma come può dire certe assurdità”, fu la pronta risposta. Ma di cosa stava .parlando? Lei riusciva a malapena a capirne il senso. Eppure cos’era quella strana sensazione che le percorreva le cosce rendendole molli e cedevole e che sembrava più forte della sua stessa volontà? Più forte la picchiava, più questa sensazione aumentava.
“No, no,no, basta!”, urlò sperando di convincerlo a lasciarla andare.
Ma perché quel trattamento rivolto proprio a lei? Perché non si trovava con le alte ragazze, nel calduccio delle sua branda? Katia singhiozzò e subito scacciò una lacrima dal viso. Vide ancora l’ombra del braccio che sollevata con la cinta, pronta a colpire e in un attimo ebbe un’illuminazione: la donna che non sa opporsi all’uomo, ne diventa schiava finché lui lo voglia. 
E lui ha il diritto di usarla come gli pare. La nuova frustata la colpì con violenza alla base della spina dorsale, schiacciandola contro il  materasso. Katia  tese le braccia e digrignò i denti. Il suo bacino si contraeva nervosamente mentre tentava di raccogliere le ginocchia per proteggersi dai colpi. Bruto fece sibilare la frusta vicino al suo viso. Katia strillò, scattando all’indietro nel timore che la sfigurasse per sempre. La sua reazione piacque al sadico,
“ Bene, sembra che tu abbia intenzione di sopravvivere, per divertirci ancora un po’. Molto bene”, disse Bruto soddisfatto”. E ricominciò a colpirla. Katia gridava e gemeva stringendo i pugni, mentre la cinghia ricadeva inesorabile sul suo corpo. Sentiva la sua carne che bruciava come se qualcuno l’avesse cosparsa di benzina e le avesse dato fuoco.
“Ahhhhhhhhhhhhh!”, gridò ormai vinta. La sua schiena era ricoperta da solchi violacei. Il respiro ansante di Bruto si mescolava alle sue grida di agonia. Contro la propria volontà, Katia sentì il salato delle lacrime che le sgorgavano dagli occhi e le scivolavano lungo le gote fin sulle mani. Aveva perso la sua battaglia. la sua volontà si era frantumata in mille pezzi.
“Yaghghghghghgh!”.
Bruto ansimava sempre più pesantemente. La cinghia colpì Katia in mezzo alle cosce tagliandole la carne accanto al clitoride. La ragazza pensò che sarebbe morta dal dolore.
“Yaghghghghghgh!”.
La colpì ancora. Stava mirando di proposito al sesso della ragazza, colpendola sempre più con precisione. Katia non ne poteva più. Tutto il suo corpo era invaso da un’intensa sensazione di dolore, i muscoli si irrigidivano ad ogni colpo di frusta. I suoi singhiozzi si confondevano col respiro ansante di Bruto e col sibilo della cinghia.
Un altro colpo la centrò in pieno sul clitoride. Ad ogni frustata i nervi di Katia vibravano come scossi da una corrente elettrica. Le vibrazioni partivano dal clitoride, facendolo pulsare. Gemendo di dolore e paura, non riuscendo più a sopportare quella tortura, Katia mosse una mano per difendere il proprio sesso dai colpi di cinghia. La frusta la colpì sulle dita facendola urlare di dolore.
“Stupida troia! Tieni lontano quelle mani o te le taglio!”, le intimò Bruto. Katia abbassò la testa fino ad appoggiare la guancia sul cuscino. Lo mordeva nascondendo il viso contratto dal dolore.
“Cagna. Dannata piccola ipocrita. Adesso basta”, disse Bruto lasciando cadere al suolo la cinghia e avvicinandosi a lei sul giaciglio. Katia tirò un profondo respiro riempiendo i polmoni di ossigeno, pur sapendo che la pausa sarebbe stata breve. Avrebbe voluto sprofondare sotto terra. Quell’uomo la stava trascinando nel fango, le faceva del male e rideva di lei.
“Vi prego. Lasciatemi andare. Lasciatemi andare con le altre ragazze!”, implorò.
“A suo tempo. Non temere, non ho intenzione di ucciderti, per ora. Quando avremo finito tornerai insieme alle altre e a quelle due troie delle custodi. Ma adesso sei mia. Ti ho in pugno, piccola, e voglio fare un gioco pesante con te. E credimi”, aggiunse ammiccando “è quello che vuoi anche tu”.
“No, no! Vi sbagliate!”, cercò di protestare lei.
L’attenzione di Katia era catturata dai movimenti dell’uomo. Aveva ripreso in mano il coltello e le ordinò di girarsi sulla schiena. La ragazza mosse prima una gamba e poi l’altra e rimase distesa sul dorso. Lui la spinse fino a premerle la testa contro la testiera di ottone. La ragazza si sentì incastrata, bloccata, senza possibilità di movimento. Il cazzo del suo aguzzino era ancora più teso e duro, e pulsava, pronto ad eiaculare quel denso liquido latteo. Katia ne aveva sentito parlare dalle sue amiche. Bruto si stava trattenendo, lo si capiva da come se lo stringeva con le dita di tanto in tanto per ritardare l’orgasmo.
“Sai, da ragazzo ho scorticato un sacco di bestie. Andavo sempre a caccia col mio vecchio. Tu l’hai mai fatto?”, si divertì lui a provocarla.
“N…no, mai!”, rispose lei in preda al ribrezzo e al terrore.
Bruto giocherellava col pugnale rigirandolo come affascinato dalla lama lucente. Quando il metallo catturava il riflesso della luce, brillava ammiccando nella sua mano. La stava minacciando col pugnale senza nemmeno sfiorarla, rievocando i giorni in cui lui e suo padre scannavano gli animali per puro piacere.
“Certo ragazza, potrei farlo ora, togliere la pelle di un coniglio in un batter d’occhio”, concluse facendo schioccare le dita per enfatizzare la propria affermazione.
“Dicono che anche i nazisti abbiano fatto le stesse cose con le persone, in Germania. Della gente interessante, quei nazisti, non trovi?”, disse ancora Bruto, guardandola negli occhi. Aveva uno sguardo canzonatorio e gioiva del suo terrore, mentre la spostava in modo che i piedi sporgessero dal letto.
“Si….si”, si trovò costretta ad acconsentire lei, temendo la sua furia.
“Sono contento che anche tu la pensi così”, e così dicendo, Bruto abbassò il pugnale toccandola nella zona tra la coscia e il sesso. Appoggiò per un attimo la lama di piatto fissando la carne che si tendeva. Katia si contorse sul letto e un gemito le uscì dalle labbra. Il suo sguardo andava dal coltello al viso dell’uomo. Lui aveva gli occhi che gli brillavano e socchiuse le labbra come se stesse per dire qualcosa. Poi Katia capì che stava canticchiando una cantilena, mentre muoveva il coltello sul corpo di lei.
Rivoli di sudore le colarono sulla fronte, e la bocca si contrasse in una smorfia di terrore. Un fremito le percorse le gambe. Katia sapeva che ogni suo movimento avrebbe potuto spingere l’uomo a conficcarle la lama nella carne. Non voleva dargli questa possibilità. Bruto doveva essere malato per fare una cosa del genere a un essere umano. Doveva stare immobile, lasciare che lui si sfogasse, e poi tentare di fuggire.
“Già, niente di meglio che andare a caccia e scannare…”, disse Bruto quasi a sé stesso. Poi riprese la sua cantilena mentre il coltello si avvicinava sempre più alle intimità della ragazza. Un formicolio di sensazioni le percorsero il sesso, i muscoli si tendevano e si contraevano ad ogni movimento del pugnale che disegnava una linea curva e si arrestava a pochi millimetri dalle labbra della sua fica.
Bruto fece discendere la lama lungo la fessura. Katia grugnì chiudendo gli occhi.
“Vi prego, oh no, vi prego, non fatemi del male. Non feritemi”, sospirò.
“Non lo farei per niente al mondo, a meno che tu non cerchi di fregarmi in qualche modo. Ma tu non lo farai…non è vero?
“N…n…no!”.
“Bene, allora ci divertiremo insieme”.
Katia boccheggiò. Bruto distolse il coltello dalla fica e lo portò verso i piedi. Con la punta percorse tutta la pianta del piede destro. Se non fosse stata così terrorizzata, avrebbe sentito il solletico. Bruto impugnò l’arma come un cacciatore e improvvisamente tracciò un solco sottile sulla pelle della ragazza, che subito iniziò a sanguinare.
“Oh, no!”. Katia cercò di sottrarsi. “No, vi prego”, gemette retrocedendo finché la sua schiena fu contro la parete. Per un attimo temette che il suo intestino stesse per cedere.
“Vi prego, mettete via quel coltello. Farò tutto quello che volete, ma mettetelo via!”.
Bruto si passò la lingua sulle labbra fissando la ferita al piede di Katia. La ragazza se ne stava immobile col cuore che le batteva tanto forte che pensò sarebbe scoppiato. Voleva chiedere a Bruto cosa voleva da lei e cosa avesse intenzione di farle. Ma le domande erano inutili. L’aveva già capito cosa volevano da lei, in quell’orribile posto. Rabbrividì quando l’uomo la rigirò di nuovo sullo stomaco.
Ora tremava in preda al terrore. Non osava voltarsi a guardare l’uomo. Se chiudeva gli occhi, poteva comunque vederlo: scarno, muscoloso, un viso attraente deformato da un gusto sadico e da una mente malata. Nonostante la drammatica situazione, sentì che dalla fica le colava un liquido che le scorreva lungo le cosce. Si chiese se Bruto l’avesse notato. Era certa di sì.
Katia voltò il viso appoggiando una guancia al cuscino, quasi fosse pronta per l’esecuzione della condanna. Si vedevano i segni dove aveva affondato i denti. Che cosa avrebbe detto sua madre se l’avesse potuta vedere ora? Le veniva da piangere.
“Sulle ginocchia, cagna!”, fu l’ordine perentorio.
Katia obbedì prontamente sollevando il culo, per non contrariarlo. Il coltello ricominciò a lavorare.