Bruto le girò intorno tenendo sempre in mano la frusta. Lentamente
gliela infilò nella vagina, dalla parte del grosso manico di cuoio. Katia pensò
che sarebbe impazzita. Bruto le toccava il clitoride strofinando l’organo
sensibilissimo, mentre le infilava dentro il sesso il manico duro. Katia
sentiva i suoi muscoli stringersi attorno allo strumento, bagnarlo e
risucchiarlo, come se fosse stato il membro di Bruto. Improvvisamente le
contrazioni si fecero così violente che la ragazza emise un grido. Bruto stava
dietro di lei, sempre inerme marionetta appesa per le braccia, e le leccava il
collo.
“Sì, sei davvero bollente. Questo ti riscalderà ancora di
più”. E Bruto le spinse il manico della frusta ancora più a fondo nella vagina,
rigirandolo tutt’attorno con le sue sporgenze nodose che la sfregavano
all’interno nella mucosa tenera, e all’esterno sul suo clitoride. Katia urlò ancora tra i singhiozzi. Poi sentì
che l’uomo le posava le mani sui fianchi, aggrappandovisi saldamente come se
stesse per cavalcarla. Il suo cazzo. Sì, adesso poteva sentire quell’arnese
rigido e caldo che premeva contro le sue natiche. Poi cominciò a sentirlo strisciare
avanti e indietro sulla sua apertura anale. Il dolore provocato dalle frustate
precedenti si era solo da poco assopito. Ora la ragazza si concentrò su quella
sensazione di calore, la sua carne si serrò ancora di più sul manico della
frusta. Era come se sentisse due sessi maschili, uno davanti e l’altro dietro,
che la pretendevano e la volevano possedere. Quasi non sentiva più il peso del
proprio corpo che le tendeva le braccia e i muscoli delle spalle.
Bruto si fermò. Adesso voleva fare sul serio. Piegò le
ginocchia cercando una posizione migliore. Allargandole le natiche fino a dilatare
al massimo l’ano, vi si spinse dentro in un sol colpo, ma solo la punta riuscì
a entrare. Katia urlò quasi impazzita. La fitta fu terribile e si sentì
spaccare in due da quel tizzone rovente che la penetrava nell’apertura già
dolorante. Gridò, mentre il suo corpo rispondeva ai movimenti dell’uomo. Era
peggio, molto peggio del tubo che le avevano infilato l’altra volta. Era anche
peggio della frusta, peggio della corrente elettrica! Katia continuava a
gridare sentendosi sfondare lo stretto anello, naturalmente vergine. Il manico
della frusta era ancora dentro la sua fessura mentre il cazzo di Bruto si
spingeva sempre più a fondo nel suo intestino. Violentata da tutte e due le
parti! Violentata da un uomo e da uno strumento di cuoio. Violentata da un uomo
quasi attraente, che l’avrebbe forse trovata consenziente, ma non era ciò che
lui desiderava. Lui desiderava le sue urla, il suo strazio. Era troppo per lei.
Katia contrasse i muscoli del bacino e fece tutti i movimenti che la situazione
le permetteva, per liberarsi da quel membro che la invadeva. Ma Bruto era forte
e lei impotente, e lui spinse ancora di più il suo cazzo dentro di lei. Katia
si sentiva invasa da un affare enorme che immaginò a sensazione come una mazza
da baseball. E i suoi muscoli alla fine cedettero, sconfitti sotto la violenza
di quell’impatto.
“No, no, basta! Basta!”, ansimava urlando. I capelli le
ricadevano sulle guance arrossate del tutto intrisi di sudore. Voleva sentire
quel membro maschile nella vagina, non nell’ano! E invece la stava possedendo
in quel modo così doloroso e umiliante, quasi a dispregio della sua
femminilità. Sentiva il ventre di lui che le premeva contro le natiche ogni
volta che l’uomo si spingeva ancora più a fondo dentro di lei. Oddio, com’era
stretta. Katia gridò muovendo i fianchi per attutire il dolore.
“Così, piccola cagna. Brava! Muoviti, danza per me!”.
Aveva ottenuto l’effetto contrario, farlo scivolare meglio.
Forse se gli avesse mostrato di essere eccitata, Bruto avrebbe preferito
infilarle il sesso dentro la fica. Molti uomini lo preferiscono. E sarebbe
stato più piacevole e meno doloroso per lei. Ma si sa che gli uomini
preferiscono ciò che ottengono con fatica. E ora il grosso cazzo di Bruto si
stava scavando la sua tana spaccandola in due, come una pala che le scavasse le
budella. Il dolore si irradiava in tutto il corpo.
Bruto allungò le mani ad afferrarle i capezzoli. Si muoveva
più velocemente adesso che aveva preso pieno possesso, spingendo a fondo il
membro e poi ritirandosi quasi del tutto, fino alla punta. E ogni volta che
rientrava erano dolori. Katia sperava che si stancasse presto e la prendesse
dall’altra parte. Ma l’uomo continuava a muoversi, avanti e indietro, sfregando
come carta vetrata sul tessuto infiammato, pizzicandole le punte dei seni e
mordendola sul collo.
Bruto portò una mano alla frusta, che aveva lasciata dentro
abbandonata stretta tra i muscoli della fica, e la mosse avanti e indietro in
sincronia col proprio cazzo. La combinazione dei due movimenti le fece scorrere
i brividi su tutto il corpo. Katia sentì un calore insopportabile crescerle
dentro, e si contrasse, scalciando nel vuoto. Era pazzesco, era meraviglioso!
Mai avrebbe pensato, viste le premesse, di raggiungere un tale stato d’estasi,
di delirio. Continuava a sentire un dolore lancinante all’ano e allo stesso
tempo quella strana sensazione provocata dall’andirivieni della frusta nella
sua fica. Sentiva le pareti vaginali contrarsi, distendersi e avvilupparsi
attorno allo strumento, mentre Bruto gridava sull’orlo dell’orgasmo.
“Prendi, piccola cagna. Prendi la mia sborra!”. La morse su
una spalla strizzandole con violenza il seno. Katia lanciò un grido che era
insieme di dolore e di gioia, quando sentì il proprio sesso esplodere
nell’orgasmo. Il suo corpo si muoveva convulsamente avanti e indietro mentre emetteva
un torrente di gemiti e mugolii. La sua mente esplodeva mentre il suo corpo si
scioglieva e si incollava a quello di Bruto in un orgasmo prolungato, che
continuò anche dopo che l’uomo ebbe finito di scaricare tutto il suo sperma
dentro di lei. Quando lui infine tentò di staccarsi lasciandosi scivolare
fuori, i muscoli di lei ancora contratti cercarono di trattenerlo. Katia grugnì
quasi delusa. Oh, ma che razza di cagna era diventata ormai!.
Katia, poi, si ritrovò a pendere inerte e sola dalle catene
appese al soffitto. Una bolla d’aria le uscì con uno sbuffo dalla vagina
liberata dal manico della frusta che le scivolò fuori e cadde a terra. Poi
sentì lo sperma colarle da dietro scivolando in un rivolo sulle cosce, e poi giù
lungo le gambe. Era finita. Quell’uomo l’aveva violentata in tutti i modi,
l’aveva posseduta completamente fino a farla impazzire di piacere e punendola
nello stesso tempo per il godimento suo malgrado provato. Ora Katia fissò il
suo aguzzino sperando che l’avrebbe finalmente lasciata andare.
“Ehi, ma come mi stringevi le palle. Da non crederci”, disse
Bruto, massaggiandosi i testicoli e guardando Katia con un sogghigno. La
ragazza si sentiva come se fosse stata trascinata nel fango, in cui ci si era
poi rotolata. Adesso che la foga era passata, Katia si rendeva conto di essersi
comportata da cagna. Aveva dimenticato tutti gli insegnamenti ricevuti, ogni
principio morale, e per cosa? Per essere incatenata al soffitto, umiliata a
quel modo, trattata come un animale, e violentata? Sentiva il bruciore delle
cinghie che le dilaniavano la carne.
“Adesso ti faremo vedere cosa sa fare la tua amica, è sempre
utile osservare gli altri”, disse Bruto.
Katia si sentì troppo debole per protestare. Bruto si
rivestì, infilò gli stivali e sciolse i legacci che la trattenevano. Katia non
fece alcuno sforzo per restare in piedi, ma si trovò a scivolare fra le braccia di Bruto, sperando solo che
lui la riportasse in cella. Si sentiva stranamente sicura con lui, era quasi
piacevole sentire il suo petto contro la guancia. Katia sapeva che seppure in
un modo contorto, Bruto le voleva bene, e questo la rendeva felice e la metteva
in confusione. Due forze contrarie combattevano nella sua mente: una parte di
lei voleva ancora sesso, ancora frustate perché scatenavano in lei emozioni
spropositate, un’altra parte si ritraeva con orrore e le faceva desiderare di
uccidere chiunque avesse cercato di trascinarla a quel punto.
Katia venne condotta
attraverso i corridoi degli scantinati. Sopra di lei poteva sentire il mondo
reale, il suono della campana che richiamava le ragazze in aula. Le ragazze che
stavano di sopra si preparavano come ogni giorno a seguire le normali attività
scolastiche, mentre lei stava soffrendo le pene di quell’inferno che stava
laggiù. Era pazzesco: sopra una vita del tutto normale, e lì sotto, a pochi
metri, regnava la follia!
“Dentro!”, le disse bruscamente Bruto. “Vai dentro!”. Katia
era distratta, rassegnata. Un’altra stanza, altri strumenti. Notò una piccola
panca di legno. Due cinghie di cuoio erano fissate alle gambe della panca e una
terza più larga l’attraversava al centro. Ai due lati della panca c’erano due
catene legate a degli anelli sospesi a poca distanza dal pavimento. Bruto la
fece sdraiare sulla panca in modo che la testa e le spalle pendessero oltre il
bordo. La durezza del legno le fece dolere i fianchi e la schiena. Stava per
lamentarsi, ma Bruto la zittì afferrandola per i capelli, e le sollevò una
gamba per fissarla a una delle catene. Quindi fece lo stesso con l’altra gamba
imprigionandola come a croce con le cosce spalancate.
Katia gridò sentendosi completamente indifesa: la sua fica
ancora umida si trovava così completamente esposta e il bacino le doleva a
contatto del legno. Cercò di scivolare in avanti, ma Bruto la riportò in
posizione e forzandole le braccia gliele legò saldamente ai piedi della panca.
Poi fissò la larga cinghia centrale attorno allo stomaco di Katia, stringendola
tanto da toglierle il fiato.
La testa di Katia pendeva abbondantemente oltre la panca e i
suoi lunghi capelli arrivavano a toccare il pavimento sudicio. Le spalle erano
saldamente appoggiate contro la panca, e le gambe, incatenate alla parete con
le cosce spalancate, mettevano in mostra il suo sesso che aveva appena goduto.
“Ehi, ma che spettacolo! Potrei scoparti in questo preciso
istante, in quella posizione. Ti è mancato, prima, vero? So che lo desideravi,
ma sei arrivata in fondo lo stesso”.
Malgrado l’intensità dell’orgasmo che lei aveva provato,
c’era ancora un senso di insoddisfazione. Bruto l’aveva presa nell’ano. Lei
invece voleva sentire la potenza del suo cazzo nella fica, strusciando coi peli
il clitoride. Osservò l’uomo che si era fermato e la guardava a sua volta,
quasi in attesa di una conferma. Che arrivò. “Oh, sì, vi prego, prendetemi!”,
si sorprese ad implorare Katia. Quando Bruto scrollò le spalle e cominciò a
slacciarsi la cintura dei pantaloni, Katia non ebbe più dubbi. Aveva intravisto
qualcosa che spingeva nuovamente sotto la stoffa, sapeva di cosa si trattava, e
lo desiderava. L’uomo liberò il membro un po’ riposato, e ne provò la
consistenza sputandosi sulle dita e facendogliele scivolare sopra. Poi si pose
sopra la testa inclinata della ragazza e le forzò la bocca fino in gola,
facendole trattenere il respiro al limite del dovuto, finché non si ritrovò di
nuovo duro e pronto. Allora girò attorno e si piazzò davanti alla ragazza e
afferrandole i glutei a piene mani, le sollevò il bacino e si pose fra le sue
cosce spalancate. Katia grugnì delusa, non potendo toccare il membro dell’uomo
come avrebbe voluto. Tutto il suo corpo si tese per l’eccitazione. Bruto la
penetrò velocemente rigirando il cazzo in tutte le direzioni e approfittando di
entrambe le aperture già collaudate, mentre le strapazzava i seni. A Katia
piaceva tutto questo: le cinghie che le imprigionavano i fianchi e il cigolio
delle catene; il dolore che provava ogni volta che lui si infilava nell’ano e
il piacere di quando invece le riempiva la fica, il dolore dei colpi dell’uomo che
la spingevano contro la panca. Oh… quel cazzo dentro di lei… quanto amava il
suo uccello che la scopava!