martedì 3 giugno 2014

L’ISTITUTO – 1

Katia scosse indietro i lunghi capelli biondi e lanciò uno sguardo all’alto muro grigio che si vedeva dietro il finestrino della corriera. Le sue dita si contrassero sulla piccola valigia che aveva accanto e sentì una fitta al cuore, come se l’avessero toccata due dita di ghiaccio. Era terribile. Quello non era il suo mondo. Sua madre era andata su tutte le furie quando l’aveva sorpresa a letto con Gianni. Veramente non avevano ancora fatto nulla, anche se lei era ben lontana dall’idea di impedirlo. Come avrebbe voluto sentire il membro di lui nel suo piccolo sesso, sentirlo rompere le barriere e allargare le strette pareti, facendola godere.
“In fila per uno, scendere dall’autobus!”, sbraitò una voce severa. ”Una volta fuori posate i vostri bagagli e aspettate le custodi”.
Katia allontanò ogni ricordo e vide che le altre ragazze si stavano alzando per scendere. Molte sembravano avere un’aria stanca e provata. Attese finché furono scese tutte, poi raccolse il suo bagaglio e seguì le altre nella fredda mattinata di novembre. Perché mai doveva trovarsi in un posto del genere solo per essersi scambiati qualche tenerezza? Katia non poteva crederci. Sua madre era stata irremovibile, aveva detto che la figlia era ormai irrecuperabile e aveva deciso di affidarla a un istituto di correzione. Era stato un incubo. E quel che era peggio, nessuno aveva speso una parola per difenderla, né i parenti stretti, né gli amici affezionati, nemmeno i vicini ipocriti.
“Per di qua!”, ordinò la guardia. Non c’era alcun calore in quella voce. Una donna dai capelli scuri, vestita con un severo abito in tweed, stava in piedi vicino alla scalinata d’ingresso con le braccia incrociate. Le guardiane marciavano nella sua direzione stando ai due lati del gruppo di ragazze.
“Andiamo, ragazze. La maggior parte di voi già conosce le regole del posto”, sibilò una delle custodi, lanciando un’occhiataccia a Katia. Lei abbassò il viso come se avesse ricevuto uno sputo.
“Quelle che ancora non le conoscono, seguano le compagne. Vietato parlare in fila!”, urlò colpendo con un grosso bastone la gamba sinistra di Katia. La ragazza emise un gemito di dolore, poi si morse il labbro superiore per impedirsi di piangere. Si rendeva conto che questo era solo l’inizio dell’incubo.
Le fecero marciare in fila serrata coi loro bagagli. Vi fu una lunga trafila di controlli, foto e documenti. Un paio di volte Katia colse lo sguardo di una delle guardie che la fissava in modo strano. Non sapeva bene come reagire, specialmente quando colse un sogghigno da parte di una delle ragazze che sembrava più incallita. Quindi le condussero alle docce, come Katia aveva temuto. Erano maltenute e c’era un orribile fetore.
“Spogliatevi! Gli abiti vi saranno riconsegnati insieme ai bagagli dopo che saranno stati ispezionati”. Katia cominciò a spogliarsi, terribilmente consapevole di tutta quella gente attorno a lei. Alcune ragazze avanzarono spavaldamente nella grande stanza piastrellata, coi seni che ballonzolavano e i cespugli del pube che sembravano emettere onde di elettricità. Un’altra ragazza dai capelli castani sembrava nervosa quanto Katia, mentre infilava i pollici nei pantaloni per farli scivolare. Katia le rivolse un sorriso mentre si sganciava il reggiseno mettendo a nudo il proprio petto. Piegò ordinatamente gli indumenti sulla valigia e si coprì il seno con le mani.
“Tu, qui!”, urlò l’orribile guardiana rivolta a Katia, indicandole un punto davanti a sé.
“Io?”, la sua voce era sottile ed incerta. “Mi hai sentito. Svelta!”, ribatté la donna.
Katia si sentì osservata da tutte le altre ragazze. Non aveva scelta. Arrossendo camminò a piedi nudi sul pavimento di piastrelle e si fermò davanti alla guardiana.
La donna era alta, quasi un metro e ottanta con gli stivali, l’uniforme modellava le curve piene del suo corpo. Era attraente, in un modo severo. Gli angoli della bocca piegati nello stesso orribile sogghigno che aveva giù fatto rabbrividire Katia.
“Girati, mani sui fianchi, e mostra bene il buco!”, ordinò la guardia.
“C-cosa?”, ribatté Katia stranita.
“Mi hai sentita! Voglio assicurarmi che non stai nascondendo qualcosa per farla entrare di contrabbando”. Diventando ancora più rossa di prima, Katia si girò e fece come aveva chiesto la guardiana. Poteva sentire le sue mani che le allargavano l’apertura anale. Un dito vi si infilò in profondità esplorandone l’interno, senza protezione e soprattutto senza lubrificante. Katia emise un sospiro accompagnato da una smorfia di dolore mentre i suoi capelli le ricadevano nascondendo il viso in fiamme. Quel dito! Era terribilmente a fondo dentro di lei. Era più di una carezza, ora, andava avanti e indietro con gusto, praticando un movimento come quello del coito. La ragazza cominciava a provare un certo piacere. Il suo clitoride cominciava a gonfiarsi e rispondere a quella stimolazione. Katia scosse la testa, le sue ginocchia cominciarono a tremare.
“Va bene, adesso girati! Mani sui fianchi e allarga le gambe”, fu l’ordine perentorio che la raggelò improvvisamente. Ancora riluttante la ragazza fece come le era stato ordinato. Il suo cespuglio era esposto allo sguardo della guardiana e a quello di tutte le altre ragazze. Con lo stesso sorriso crudele, la donna si piegò su di lei e posò entrambe le mani ai due lati della fessura vaginale. Anche Gianni aveva fatto così. L’aveva aperta in quel modo posando le dita sulle labbra rigonfie del sesso di Katia, mentre il suo cazzo….. ma questo era successo un secolo prima, quando il mondo di Katia non era ancora stato stravolto del tutto.
“Sei vergine?”, fu la domanda brutale. “S-si”, fu la risposta.
La guardiana strinse gli occhi piegando la testa di lato, per scrutarla meglio.
“Già… lo sarai per poco”. La ragazza fece una smorfia quando sentì il dito della guardiana infilarsi nella fessura. L’altra custode intanto toccava il suo clitoride con una specie di carezza. Katia rabbrividì, facendo uno sforzo per rimanere immobile. Ma come poteva trattenere la sensazione delle sue cosce che tendevano a piegarsi in su e in giù assecondando quei movimenti? Il suo corpo era tutto un tremito sotto il tocco delle due donne. Katia contrasse le dita delle mani conficcandosi le unghie nella carne per resistere alla sofferenza di non mostrare piacere.
“E’ pulita. Alle docce”, disse finalmente la guardiana estraendo il dito di colpo.
Molte ragazze avevano già fatto la doccia e raccoglievano i loro vestiti. Quando fu il turno di Katia di entrare nella cabina, fu sorpresa di vedere che tutte le altre avevano finito e se stavano andando. Voltandosi indietro vide che tutte e due le guardiane erano dietro di lei. Stava succedendo qualcosa. Se ne rese immediatamente conto e il suo cuore cominciò a battere forte.
“Dentro!”, e una delle guardie spinse Katia sotto la doccia.
Katia barcollò perdendo l’equilibrio. Si rimise in piedi e allontanò i capelli dal viso. Il pavimento bagnato la fece scivolare di nuovo e cadde appoggiandosi con le mani e le ginocchia. Sentì più di una mano che la prendeva per le spalle e la risollevava. “Oh, no, no!”, gridò.
L’avrebbero picchiata? Cosa le avrebbero fatto? Katia aveva sentito delle storie terribili di sevizie e violenze praticate nei riformatori. La più alta delle due guardie la fece girare e le abbassò con violenza le braccia, bloccandole con una mano. Era la stessa che l’aveva esaminata poco prima. Con l’altra mano si impadronì dei seni della ragazza e li strinse fino a strapparle gemiti di dolore. Era terribile! Katia tentò di divincolarsi e respingere quelle dita che sembravano d’acciaio, tentando di voltarsi dall’altra parte.
“Non devi mai voltare le spalle a una guardia, a meno che non te lo ordiniamo!, sibilò la donna.
La sua mano si sollevò prima di ricadere con un colpo secco sulla guancia sinistra di Katia. Nessuno l’aveva mai colpita con tanta violenza. La frustata di quelle dita le fece spuntare le lacrime agli occhi e la violenza del colpo la fece cadere un’altra volta al suolo.
“Per favore, no! Non ho fatto nulla di male. Lo giuro!”, piagnucolò la ragazzina.
Le guardie scoppiarono in una risata. Katia capì che non avrebbero avuto pietà. Indietreggiò strisciando tentando di nascondere le proprie intimità. La guardarono con bramosia come avrebbero fatto degli uomini. C’era una strana luce negli occhi di quelle due donne, qualcosa di perverso che Katia non aveva mai visto prima di allora. Continuò a indietreggiare sfregandosi la guancia dolorante. I suoi lunghi capelli le ricadevano in disordine sul bel viso terrorizzato.
“Su, Elvira, diamo una lezione a questa puttanella. La direttrice non ci farà caso. E’ occupata con le altre ragazze. Ora è tutta per noi”, disse con soddisfazione una delle guardiane.
“Con l’idrante?”, chiese Elvira. “Perché no? Chiamiamo anche Bruto”.
La più alta, Elvira, per prima cosa si girò e andò al telefono, borbottò qualcosa nel ricevitore, quindi riappese e ritornò verso un grande pannello, che aperto rivelò due pompe attaccate ad un idrante. “Ti daremo una bella lezione, piccola. Ti faremo ballare. Sono sicura che dopo non ci creerai più problemi. Non te ne dimenticherai facilmente”, disse a Katia.
La ragazza fissava terrorizzata prima una e poi l’altra donna. Vide una delle guardie sollevare il mento come a fare un segnale. Improvvisamente un getto di acqua la colpì al torace. Katia spalancò la bocca in un grido di sorpresa e i piedi scivolarono ancora di più sul pavimento. L’altro tubo dell’idrante pendeva al suolo inutilizzato. Per moltissimo tempo le due donne sommersero il corpo di Katia con getti di acqua bollente. La ragazza cercò di difendersi il viso con le mani lottando per rimettersi in piedi. Il suo corpo era quasi ustionato dall’acqua caldissima.
“Uh, basta, oh, pietà! Basta!”, implorò.
Cercò di fermare il getto con la mano e ricadde all’indietro andando a sbattere il capo contro la parete. Il pavimento era scivoloso come una lastra di ghiaccio sotto i suoi piedi nudi.
“Adesso si, che si sta muovendo. Mi piace vedere qualcuno che si dà da fare ai nostri ordini”, sogghignò Elvira.
L’altra donna rideva, impugnando l’idrante e dirigendolo contro il petto della ragazza. Katia piegò la testa all’indietro lasciando ricadere i lunghi capelli bagnati, era tutto quel che poteva fare per difendersi e impedirsi di cadere.
“Mio padre usava questo sistema per lavare i maiali”, disse la guardiana mentre lo faceva, ridendo di gusto. Katia la guardò con rancore. Provava un sentimento di rabbia e di odio verso quelle due donne che si divertivano ad abusare del suo corpo e del suo orgoglio. Raccolse tutte le proprie energie per lanciarsi contro di loro. Ma un altro violento getto d’acqua la colpì all’improvviso. Dirigendo a terra l’idrante, Elvira colpì i fianchi di Katia. Il sollievo della pressione sul suo petto e l’improvviso attacco alla parte inferiore del corpo fecero perdere l’equilibrio alla ragazza che tentava di proteggersi con le mani davanti a sé. Con un grido Katia ricadde al suolo battendo la nuca sulle piastrelle.
La stanza le vorticò attorno per un attimo, il rumore dei getti d’acqua le parve lo scroscio di un torrente. Raccogliendo i sensi cercò disperatamente di rimettersi in piedi. Ma Elvira diresse prontamente il getto in mezzo alle sue gambe scompostamente aperte. Era la stessa sensazione delle dita ruvide che la frugavano tra le pieghe della sua carne intima. L’acqua batteva come un martello sul clitoride, colpendo con un getto bollente tutto il suo sesso e forzando le labbra della vagina ad aprirsi come le valve di un’ostrica. Katia si sentì sopraffatta, era come essere violentata in pubblico, pensò.
“No…no!”, provò ad urlare.
“Andiamo, tesoro, sappiamo che ti piace”, disse Elvira. “Ti stavi già scaldando quando ti toccavo, non è forse vero? E quando ti ho infilato le dita dentro…. mmmm”, insistette.
“Non è vero!, protestò Katia con le lacrime agli occhi.
“Bugiarda! Non vogliamo bugiarde qui. E’ contro il sistema. Tu sei una bugiarda e pagherai per questo!”, le urlò di rimando Elvira.
L’acqua batteva ancora sul clitoride della ragazza facendola annaspare sotto un’intensa sensazione erotica. Era troppo per lei e tentò di rigirarsi sul ventre per difendere il proprio sesso dall’idrante.
“E’ furba e tosta la ragazzina. Ci divertiremo con lei”, osservò Elvira rivolgendosi all’altra donna.
Katia sentiva i suoi capelli che si aggrovigliavano intorno alla gola togliendole il respiro, mentre l’acqua continuava a scottare il suo corpo. Cercò di liberarsi dalla pressione, ma Elvira diresse nuovamente il getto tra le sue cosce seguendo i suoi movimenti e tenendola inchiodata al pavimento. Le due donne ridevano, una puntando il violento spruzzo sul suo petto e l’altra spostando continuamente il getto d’acqua per colpirla costantemente tra le cosce.
Katia era spaventata delle proprie reazioni. Ma come poteva resistere? Il contatto forzato dell’acqua sulle sue intimità era come una lingua che la avvolgeva e la penetrava contemporaneamente nell’ano e nella vagina. Ancora una volta ripensò all’ispezione che aveva dovuto subire.
“Pensi che sia pronta? Bruto dovrebbe essere qui tra poco”, disse Elvira dando un’occhiata all’orologio. Katia fece un altro sforzo per muovere il proprio corpo sul pavimento freddo e scivoloso. Non osava tentare di alzarsi. La forza del getto l’avrebbe sicuramente ributtata a terra. Stava imparando in fretta. Quelle due donne l’avrebbero sicuramente uccisa e così, continuando a strisciare sul pavimento tentò di raggiungere la parete e aggrapparvisi con le unghie per riuscire a rimettersi in piedi. Pensava che se solo fosse riuscita ad alzarsi avrebbe avuto qualche possibilità di difendersi. Ma Elvira voleva essere sicura che la ragazza restasse a terra. Dirigendo l’idrante contro di lei la colpì con ancora più precisione su tutte le parti del corpo. Katia cercò di difendere il viso e il seno ma per lei non c’era alcuna possibilità di scampo. Si lasciò ricadere al suolo, vinta e abbandonata, con tutti i muscoli che si contraevano spasmodicamente.
“Nooooooooooo!”, urlò disperata.
Quando il getto la colpì nuovamente ai fianchi, Katia nascose il viso tra le braccia. Quelle donne! La stavano torturando per il gusto di vederla soffrire. L’acqua ora le colpiva i seni e i suoi capezzoli si arrendevano alla potenza del getto. Sentiva che le punte si rizzavano nella stessa sensazione che aveva provato con Gianni. Ancora una volta strinse i denti e contrasse i muscoli per controllare quelle strane sensazioni.
“Guarda! La piccola bugiarda è in calore”, disse Elvira alla compagna, muovendo l’idrante dai seni alla vulva della ragazzina, e viceversa.
“Non mi sembra che si comporti come una verginella”, osservò l’altra donna.
“Lo è davvero. Ha ancora la sua ciliegina. Per il momento almeno….”, ribatté Elvira.
“Uhhhhhhhh!”, urlò Katia, provando un intenso orgasmo e venendo senza potersi più controllare, portando le mani al viso per nascondere la vergogna. Era terribile essere così esposta e sentirsi gemere come una cagna davanti a quelle due sadiche. Giacque sul dorso piangendo e singhiozzando, mentre Elvira continuava a colpire i seni e la fic
a con l’idrante. La forza incredibile di quel getto le faceva sollevare e ricadere i fianchi. Gridò ancora in un misto di dolore, vergogna, rabbia e piacere. Le sue ginocchia si aprivano e richiudevano continuamente. Portando le mani tra le cosce cercò di arrestare quella sensazione pazzesca di calore che sentiva sulla fessura.
“La troietta non può fermarsi. Vuole scopare. Vuole un uomo, ma si accontenta anche di questo, in mancanza di meglio”, disse l’altra donna.
“Aspetta che arrivi Bruto. Le darà lui una lezione”, disse Elvira.
Katia avrebbe voluto gridare in faccia a quelle due donne quanto le facevano schifo con quelle orribili bocche e le loro marce perversioni. Ma ogni volta che tentava di aprire la bocca per parlare, un nuovo violento spasmo la assaliva al basso ventre, togliendole il respiro.


2 commenti:

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