Katia scosse indietro i
lunghi capelli biondi e lanciò uno sguardo all’alto muro grigio che si vedeva
dietro il finestrino della corriera. Le sue dita si contrassero sulla piccola
valigia che aveva accanto e sentì una fitta al cuore, come se l’avessero
toccata due dita di ghiaccio. Era terribile. Quello non era il suo mondo. Sua
madre era andata su tutte le furie quando l’aveva sorpresa a letto con Gianni.
Veramente non avevano ancora fatto nulla, anche se lei era ben lontana
dall’idea di impedirlo. Come avrebbe voluto sentire il membro di lui nel suo
piccolo sesso, sentirlo rompere le barriere e allargare le strette pareti,
facendola godere.
“In fila per uno,
scendere dall’autobus!”, sbraitò una voce severa. ”Una volta fuori posate i
vostri bagagli e aspettate le custodi”.
Katia allontanò ogni
ricordo e vide che le altre ragazze si stavano alzando per scendere. Molte
sembravano avere un’aria stanca e provata. Attese finché furono scese tutte,
poi raccolse il suo bagaglio e seguì le altre nella fredda mattinata di
novembre. Perché mai doveva trovarsi in un posto del genere solo per essersi
scambiati qualche tenerezza? Katia non poteva crederci. Sua madre era stata
irremovibile, aveva detto che la figlia era ormai irrecuperabile e aveva deciso
di affidarla a un istituto di correzione. Era stato un incubo. E quel che era
peggio, nessuno aveva speso una parola per difenderla, né i parenti stretti, né
gli amici affezionati, nemmeno i vicini ipocriti.
“Per di qua!”, ordinò
la guardia. Non c’era alcun calore in quella voce. Una donna dai capelli scuri,
vestita con un severo abito in tweed, stava in piedi vicino alla scalinata
d’ingresso con le braccia incrociate. Le guardiane marciavano nella sua
direzione stando ai due lati del gruppo di ragazze.
“Andiamo, ragazze. La
maggior parte di voi già conosce le regole del posto”, sibilò una delle
custodi, lanciando un’occhiataccia a Katia. Lei abbassò il viso come se avesse
ricevuto uno sputo.
“Quelle che ancora non
le conoscono, seguano le compagne. Vietato parlare in fila!”, urlò colpendo con
un grosso bastone la gamba sinistra di Katia. La ragazza emise un gemito di
dolore, poi si morse il labbro superiore per impedirsi di piangere. Si rendeva
conto che questo era solo l’inizio dell’incubo.
Le fecero marciare in
fila serrata coi loro bagagli. Vi fu una lunga trafila di controlli, foto e
documenti. Un paio di volte Katia colse lo sguardo di una delle guardie che la
fissava in modo strano. Non sapeva bene come reagire, specialmente quando colse
un sogghigno da parte di una delle ragazze che sembrava più incallita. Quindi
le condussero alle docce, come Katia aveva temuto. Erano maltenute e c’era un
orribile fetore.
“Spogliatevi! Gli abiti
vi saranno riconsegnati insieme ai bagagli dopo che saranno stati ispezionati”.
Katia cominciò a spogliarsi, terribilmente consapevole di tutta quella gente
attorno a lei. Alcune ragazze avanzarono spavaldamente nella grande stanza
piastrellata, coi seni che ballonzolavano e i cespugli del pube che sembravano
emettere onde di elettricità. Un’altra ragazza dai capelli castani sembrava
nervosa quanto Katia, mentre infilava i pollici nei pantaloni per farli
scivolare. Katia le rivolse un sorriso mentre si sganciava il reggiseno
mettendo a nudo il proprio petto. Piegò ordinatamente gli indumenti sulla
valigia e si coprì il seno con le mani.
“Tu, qui!”, urlò
l’orribile guardiana rivolta a Katia, indicandole un punto davanti a sé.
“Io?”, la sua voce era
sottile ed incerta. “Mi hai sentito. Svelta!”, ribatté la donna.
Katia si sentì osservata
da tutte le altre ragazze. Non aveva scelta. Arrossendo camminò a piedi nudi
sul pavimento di piastrelle e si fermò davanti alla guardiana.
La donna era alta,
quasi un metro e ottanta con gli stivali, l’uniforme modellava le curve piene
del suo corpo. Era attraente, in un modo severo. Gli angoli della bocca piegati
nello stesso orribile sogghigno che aveva giù fatto rabbrividire Katia.
“Girati, mani sui
fianchi, e mostra bene il buco!”, ordinò la guardia.
“C-cosa?”, ribatté Katia
stranita.
“Mi hai sentita! Voglio
assicurarmi che non stai nascondendo qualcosa per farla entrare di
contrabbando”. Diventando ancora più rossa di prima, Katia si girò e fece come
aveva chiesto la guardiana. Poteva sentire le sue mani che le allargavano
l’apertura anale. Un dito vi si infilò in profondità esplorandone l’interno,
senza protezione e soprattutto senza lubrificante. Katia emise un sospiro
accompagnato da una smorfia di dolore mentre i suoi capelli le ricadevano
nascondendo il viso in fiamme. Quel dito! Era terribilmente a fondo dentro di
lei. Era più di una carezza, ora, andava avanti e indietro con gusto,
praticando un movimento come quello del coito. La ragazza cominciava a provare
un certo piacere. Il suo clitoride cominciava a gonfiarsi e rispondere a quella
stimolazione. Katia scosse la testa, le sue ginocchia cominciarono a tremare.
“Va bene, adesso
girati! Mani sui fianchi e allarga le gambe”, fu l’ordine perentorio che la
raggelò improvvisamente. Ancora riluttante la ragazza fece come le era stato ordinato.
Il suo cespuglio era esposto allo sguardo della guardiana e a quello di tutte
le altre ragazze. Con lo stesso sorriso crudele, la donna si piegò su di lei e
posò entrambe le mani ai due lati della fessura vaginale. Anche Gianni aveva
fatto così. L’aveva aperta in quel modo posando le dita sulle labbra rigonfie
del sesso di Katia, mentre il suo cazzo….. ma questo era successo un secolo
prima, quando il mondo di Katia non era ancora stato stravolto del tutto.
“Sei vergine?”, fu la
domanda brutale. “S-si”, fu la risposta.
La guardiana strinse
gli occhi piegando la testa di lato, per scrutarla meglio.
“Già… lo sarai per
poco”. La ragazza fece una smorfia quando sentì il dito della guardiana
infilarsi nella fessura. L’altra custode intanto toccava il suo clitoride con
una specie di carezza. Katia rabbrividì, facendo uno sforzo per rimanere
immobile. Ma come poteva trattenere la sensazione delle sue cosce che tendevano
a piegarsi in su e in giù assecondando quei movimenti? Il suo corpo era tutto
un tremito sotto il tocco delle due donne. Katia contrasse le dita delle mani
conficcandosi le unghie nella carne per resistere alla sofferenza di non
mostrare piacere.
“E’ pulita. Alle
docce”, disse finalmente la guardiana estraendo il dito di colpo.
Molte ragazze avevano
già fatto la doccia e raccoglievano i loro vestiti. Quando fu il turno di Katia
di entrare nella cabina, fu sorpresa di vedere che tutte le altre avevano
finito e se stavano andando. Voltandosi indietro vide che tutte e due le
guardiane erano dietro di lei. Stava succedendo qualcosa. Se ne rese
immediatamente conto e il suo cuore cominciò a battere forte.
“Dentro!”, e una delle
guardie spinse Katia sotto la doccia.
Katia barcollò perdendo
l’equilibrio. Si rimise in piedi e allontanò i capelli dal viso. Il pavimento
bagnato la fece scivolare di nuovo e cadde appoggiandosi con le mani e le
ginocchia. Sentì più di una mano che la prendeva per le spalle e la
risollevava. “Oh, no, no!”, gridò.
L’avrebbero picchiata?
Cosa le avrebbero fatto? Katia aveva sentito delle storie terribili di sevizie
e violenze praticate nei riformatori. La più alta delle due guardie la fece
girare e le abbassò con violenza le braccia, bloccandole con una mano. Era la
stessa che l’aveva esaminata poco prima. Con l’altra mano si impadronì dei seni
della ragazza e li strinse fino a strapparle gemiti di dolore. Era terribile! Katia
tentò di divincolarsi e respingere quelle dita che sembravano d’acciaio,
tentando di voltarsi dall’altra parte.
“Non devi mai voltare
le spalle a una guardia, a meno che non te lo ordiniamo!, sibilò la donna.
La sua mano si sollevò
prima di ricadere con un colpo secco sulla guancia sinistra di Katia. Nessuno
l’aveva mai colpita con tanta violenza. La frustata di quelle dita le fece
spuntare le lacrime agli occhi e la violenza del colpo la fece cadere un’altra
volta al suolo.
“Per favore, no! Non ho
fatto nulla di male. Lo giuro!”, piagnucolò la ragazzina.
Le guardie scoppiarono
in una risata. Katia capì che non avrebbero avuto pietà. Indietreggiò strisciando
tentando di nascondere le proprie intimità. La guardarono con bramosia come
avrebbero fatto degli uomini. C’era una strana luce negli occhi di quelle due
donne, qualcosa di perverso che Katia non aveva mai visto prima di allora.
Continuò a indietreggiare sfregandosi la guancia dolorante. I suoi lunghi
capelli le ricadevano in disordine sul bel viso terrorizzato.
“Su, Elvira, diamo una
lezione a questa puttanella. La direttrice non ci farà caso. E’ occupata con le
altre ragazze. Ora è tutta per noi”, disse con soddisfazione una delle
guardiane.
“Con l’idrante?”,
chiese Elvira. “Perché no? Chiamiamo anche Bruto”.
La più alta, Elvira,
per prima cosa si girò e andò al telefono, borbottò qualcosa nel ricevitore,
quindi riappese e ritornò verso un grande pannello, che aperto rivelò due pompe
attaccate ad un idrante. “Ti daremo una bella lezione, piccola. Ti faremo
ballare. Sono sicura che dopo non ci creerai più problemi. Non te ne
dimenticherai facilmente”, disse a Katia.
La ragazza fissava
terrorizzata prima una e poi l’altra donna. Vide una delle guardie sollevare il
mento come a fare un segnale. Improvvisamente un getto di acqua la colpì al
torace. Katia spalancò la bocca in un grido di sorpresa e i piedi scivolarono
ancora di più sul pavimento. L’altro tubo dell’idrante pendeva al suolo
inutilizzato. Per moltissimo tempo le due donne sommersero il corpo di Katia
con getti di acqua bollente. La ragazza cercò di difendersi il viso con le mani
lottando per rimettersi in piedi. Il suo corpo era quasi ustionato dall’acqua
caldissima.
“Uh, basta, oh, pietà!
Basta!”, implorò.
Cercò di fermare il
getto con la mano e ricadde all’indietro andando a sbattere il capo contro la
parete. Il pavimento era scivoloso come una lastra di ghiaccio sotto i suoi
piedi nudi.
“Adesso si, che si sta
muovendo. Mi piace vedere qualcuno che si dà da fare ai nostri ordini”,
sogghignò Elvira.
L’altra donna rideva,
impugnando l’idrante e dirigendolo contro il petto della ragazza. Katia piegò
la testa all’indietro lasciando ricadere i lunghi capelli bagnati, era tutto
quel che poteva fare per difendersi e impedirsi di cadere.
“Mio padre usava questo
sistema per lavare i maiali”, disse la guardiana mentre lo faceva, ridendo di
gusto. Katia la guardò con rancore. Provava un sentimento di rabbia e di odio
verso quelle due donne che si divertivano ad abusare del suo corpo e del suo
orgoglio. Raccolse tutte le proprie energie per lanciarsi contro di loro. Ma un
altro violento getto d’acqua la colpì all’improvviso. Dirigendo a terra l’idrante,
Elvira colpì i fianchi di Katia. Il sollievo della pressione sul suo petto e
l’improvviso attacco alla parte inferiore del corpo fecero perdere l’equilibrio
alla ragazza che tentava di proteggersi con le mani davanti a sé. Con un grido Katia
ricadde al suolo battendo la nuca sulle piastrelle.
La stanza le vorticò
attorno per un attimo, il rumore dei getti d’acqua le parve lo scroscio di un
torrente. Raccogliendo i sensi cercò disperatamente di rimettersi in piedi. Ma
Elvira diresse prontamente il getto in mezzo alle sue gambe scompostamente
aperte. Era la stessa sensazione delle dita ruvide che la frugavano tra le
pieghe della sua carne intima. L’acqua batteva come un martello sul clitoride,
colpendo con un getto bollente tutto il suo sesso e forzando le labbra della
vagina ad aprirsi come le valve di un’ostrica. Katia si sentì sopraffatta, era
come essere violentata in pubblico, pensò.
“No…no!”, provò ad
urlare.
“Andiamo, tesoro,
sappiamo che ti piace”, disse Elvira. “Ti stavi già scaldando quando ti
toccavo, non è forse vero? E quando ti ho infilato le dita dentro…. mmmm”,
insistette.
“Non è vero!, protestò Katia
con le lacrime agli occhi.
“Bugiarda! Non vogliamo
bugiarde qui. E’ contro il sistema. Tu sei una bugiarda e pagherai per
questo!”, le urlò di rimando Elvira.
L’acqua batteva ancora
sul clitoride della ragazza facendola annaspare sotto un’intensa sensazione
erotica. Era troppo per lei e tentò di rigirarsi sul ventre per difendere il
proprio sesso dall’idrante.
“E’ furba e tosta la
ragazzina. Ci divertiremo con lei”, osservò Elvira rivolgendosi all’altra
donna.
Katia sentiva i suoi
capelli che si aggrovigliavano intorno alla gola togliendole il respiro, mentre
l’acqua continuava a scottare il suo corpo. Cercò di liberarsi dalla pressione,
ma Elvira diresse nuovamente il getto tra le sue cosce seguendo i suoi
movimenti e tenendola inchiodata al pavimento. Le due donne ridevano, una
puntando il violento spruzzo sul suo petto e l’altra spostando continuamente il
getto d’acqua per colpirla costantemente tra le cosce.
Katia era spaventata
delle proprie reazioni. Ma come poteva resistere? Il contatto forzato
dell’acqua sulle sue intimità era come una lingua che la avvolgeva e la
penetrava contemporaneamente nell’ano e nella vagina. Ancora una volta ripensò
all’ispezione che aveva dovuto subire.
“Pensi che sia pronta?
Bruto dovrebbe essere qui tra poco”, disse Elvira dando un’occhiata
all’orologio. Katia fece un altro sforzo per muovere il proprio corpo sul
pavimento freddo e scivoloso. Non osava tentare di alzarsi. La forza del getto
l’avrebbe sicuramente ributtata a terra. Stava imparando in fretta. Quelle due
donne l’avrebbero sicuramente uccisa e così, continuando a strisciare sul
pavimento tentò di raggiungere la parete e aggrapparvisi con le unghie per
riuscire a rimettersi in piedi. Pensava che se solo fosse riuscita ad alzarsi
avrebbe avuto qualche possibilità di difendersi. Ma Elvira voleva essere sicura
che la ragazza restasse a terra. Dirigendo l’idrante contro di lei la colpì con
ancora più precisione su tutte le parti del corpo. Katia cercò di difendere il
viso e il seno ma per lei non c’era alcuna possibilità di scampo. Si lasciò
ricadere al suolo, vinta e abbandonata, con tutti i muscoli che si contraevano
spasmodicamente.
“Nooooooooooo!”, urlò
disperata.
Quando il getto la
colpì nuovamente ai fianchi, Katia nascose il viso tra le braccia. Quelle
donne! La stavano torturando per il gusto di vederla soffrire. L’acqua ora le
colpiva i seni e i suoi capezzoli si arrendevano alla potenza del getto.
Sentiva che le punte si rizzavano nella stessa sensazione che aveva provato con
Gianni. Ancora una volta strinse i denti e contrasse i muscoli per controllare
quelle strane sensazioni.
“Guarda! La piccola
bugiarda è in calore”, disse Elvira alla compagna, muovendo l’idrante dai seni
alla vulva della ragazzina, e viceversa.
“Non mi sembra che si
comporti come una verginella”, osservò l’altra donna.
“Lo è davvero. Ha
ancora la sua ciliegina. Per il momento almeno….”, ribatté Elvira.
“Uhhhhhhhh!”, urlò Katia,
provando un intenso orgasmo e venendo senza potersi più controllare, portando
le mani al viso per nascondere la vergogna. Era terribile essere così esposta e
sentirsi gemere come una cagna davanti a quelle due sadiche. Giacque sul dorso
piangendo e singhiozzando, mentre Elvira continuava a colpire i seni e la fic
a con l’idrante. La
forza incredibile di quel getto le faceva sollevare e ricadere i fianchi. Gridò
ancora in un misto di dolore, vergogna, rabbia e piacere. Le sue ginocchia si
aprivano e richiudevano continuamente. Portando le mani tra le cosce cercò di
arrestare quella sensazione pazzesca di calore che sentiva sulla fessura.
“La troietta non può
fermarsi. Vuole scopare. Vuole un uomo, ma si accontenta anche di questo, in
mancanza di meglio”, disse l’altra donna.
“Aspetta che arrivi
Bruto. Le darà lui una lezione”, disse Elvira.
Katia avrebbe voluto
gridare in faccia a quelle due donne quanto le facevano schifo con quelle
orribili bocche e le loro marce perversioni. Ma ogni volta che tentava di
aprire la bocca per parlare, un nuovo violento spasmo la assaliva al basso
ventre, togliendole il respiro.
Exciting!
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